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Recensione di Accept – “Blood Of The Nations”

“Blood Of The Nations” l’album che segna il ritorno degli Accept. Dopo trent’anni di carriera ed una prima reunion finita dopo un trittico di album di alterna qualità (dall’eccellente “Objection Overruled” al trascurabile “Predator”) i teutonici Accept giocano per la seconda volta la carta della reunion, ma in questa occasione il singer Udo Dirkschneider non è della partita. Il cantante-icona che ha segnato in modo indelebile una lunga sequenza di veri e propri classici dell’ heavy metal non ne ha voluto sapere di abbandonare di nuovo la propria carriera solista, e così a fianco degli storici Wolf Hoffman e Peter Baltes, troviamo nuovi compagni e vecchie conoscenze del gruppo e del metal tedesco in generale. Alla chitarra Hermann Frank, già tra le fila dei nostri nel mastodontico “Balls To The Wall”, ed alla batteria Stefan Schwarzmann, al lavoro tra gli altri con Running Wild e nientemeno che Udo Dirkschneider (nonché saltuariamente dal vivo con gli stessi Accept), il cui microfono viene passato allo statunitense Mike Tornillo, attivo a metà anni ottanta nei TT Quick (il bel debut “Metal Of Honor” è del 1986). Dotata così di nuovi elementi l’ acciaieria Accept mette a punto un carro armato di inossidabile heavy metal, come viene subito palesato dall’ opener “Beat The Bastards”, ideale seguito di “Fight It Back”. Un muro di granito ulteriormente indurito dalla voce del nuovo cantante – che confrontato all’amato Udo risulta simile e allo stesso tempo diverso, sempre ruvido ma meno abrasivo – ed impreziosito dal lavoro delle due asce le quali, senza mezzi termini, sono il vero asso nella manica dell’ album. Certo, il brano è forse un po’ prolisso e, riguardo il minutaggio una maggiore concisione avrebbe aiutato l’ascolto. Purtroppo questo è un problema (forse l’unico importante) che riguarda tutto il disco. In parte è probabile sia colpa anche del suono, che affidato alle mani sapienti di Andy Sneap appare piuttosto moderno, aggressivo e scuro, distante anni luce dalla produzione più “leggera” e scarna dei vecchi album. Se questo da un lato dà ai brani ancora più corpo e “botta” facendoli suonare maggiormente pieni ed aggressivi, dall’ altro appesantisce di molto il suono del gruppo rendendo quella che era una volta un’ “agile macchina da guerra”, un pachidermico muro di suono. Ad ogni modo in questo’ album la cosa sembra funzionare a dovere, aggiornando il sound degli Accept senza snaturarlo troppo.

Tornando ai brani, “Blood Of The Nations” è una festa per i metal fan data la quantità è la qualità di tracce terremotanti come “Teutonic Terror” che fedele al titolo, ci riporta ai cori, appunto, “a la Accept”, o l’ infuocata “Rolling Thunder”, senza dubbio uno dei brani più vigorosi del lotto ed un tuffo negli 80’s, così come dallo stesso decennio sembra sbucare “Pandemic”, figlia dei Judas Priest di “British Steel”. Un’ incrocio iper-vitaminizzato tra l’inno live “Living After Midnight” e la crudezza di “Grinder” aggiornato al 2010. Come da tradizione non mancano i mid tempo ed ecco che “New World Comin’” riporta alla mente niente meno che “Princess Of The Dawn”, mentre “The Abyss” guadagna un po’ di respiro grazie agli inserti acustici e mette in mostra una certa versatilità del singer (non una sorpresa per chi già conosce “Metal Of Honor”). Il gruppo tedesco ci ha sempre abituato a bordate di rovente heavy metal miste a sapienti dosi di melodia anche nei momenti più tirati, e quando il gruppo ha deciso di riporre le armi per dedicarsi a delle ballad queste si sono rivelate spesso tra i brani migliori dell’album di appartenenza; ad esempio “Seawinds” dal debut o “Winter Dreamns” da Balls To The Wall. Questa tradizione è portata avanti da “Kill The Pain”, senza dubbio un’ altro highlight del disco, con un Mike Tornillo che esibisce una voce pulita e calda e le due chitarre impegnate a dare il meglio di sé. Poco sopra abbiamo scritto che il maggior difetto del disco è una certa lungaggine che rende alcune canzoni un po’ pesanti da digerire; ironicamente “Kill The Pain” sfuma troppo presto e per giunta durante il solo… Secondo chi scrive uno dei modi peggiori di concludere una canzone. Spero dal vivo le venga riservato un trattamento differente. Gli altri brani si mantengono tutti ad un buon livello, l’unico passo falso è la lunga “Shades Of Death” che con i suoi sette minuti e mezzo regala qualche sbadiglio, senza contare poi l’introduzione con delle tastiere decisamente fuori luogo, ma tant’è… Vista la bontà dell’album non mi sembra il caso di lamentarsi.
Gli Accept non si sono limitati solo a tornare in pista, ma lo hanno fatto in grande stile con un album che farà la felicità di tutti gli appassionati e che, non fatico a credere porterà al gruppo nuovi fan.

Mark Tornillo – voce
Wolf Hoffman – chitarra
Hermann Frank – chitarra
Peter Baltes – basso
Stefan Schwarzmann – batteria

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