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Across The Beatles: A Splendid Time Is Guaranteed For All @ Teatro Olimpico – 29 maggio 2015

Across The Beatles:
A Splendid Time Is Guaranteed For All

Se nel 1967 qualcuno avesse predetto che 48 anni dopo l’uscita dell’album epocale dei Beatles (per molti, fra cui il sottoscritto, l’Album con la A maiuscola) in un teatro romano si sarebbe riprodotta l’intera opera, dal vivo, nessuno avrebbe dato credito a una tale ipotesi. Ve lo giuro: “Sgt.Pepper’s Lonely Hearts Club Band” fu effettivamente un evento fondamentale nella storia del Rock, se non nella Storia di tutta la Musica Occidentale; pur tuttavia, all’epoca, c’erano due fattori che rendevano incredibile una previsione del genere.
Il primo fattore è che nessuno davvero avrebbe scommesso sull’effettiva permanenza dei Quattro di Liverpool nell’immaginario collettivo. Lennon aveva sì dichiarato “We’re more popular than Jesus now; I don’t know which will go first – Rock’n’roll or Christianity”, ma sembrava una smargiassata inopportuna, e per certi versi lo era… A distanza di anni, pur senza fare paragoni con le religioni, possiamo affermare che John Lennon in parte avesse ragione, considerando l’effettiva popolarità della band che sembra non subire calo, generazione dopo generazione.
L’altro fattore, meramente tecnico, è che nel 1967 questo album sembrava un’operazione prettamente da Studio, impossibile da rendere “Live”, tanto le sonorità erano complesse e impegnative, anche in termini di musicisti impiegati. E invece le modificate tecniche di strumentazione, lo sviluppo dell’elettronica e del campionamento, e soprattutto l’impegno e la dedizione, rendono possibili dei piccoli-grandi miracoli come questo.
Un aspetto ancora meno prevedibile, nel 1967, era l’integrazione dell’aspetto musicale con quello teatrale. Anche ammesso che uno riuscisse a immaginare una riproduzione integrale di questo LP e di altri classici Beatlesiani, non si sarebbe potuto pensare che la cosa assumesse anche il sapore della celebrazione. I Beatles vengono ricreati in quattro ruoli, esattamente come personaggi di una commedia o di un film, con costumi e strumenti vintage. Per alcuni versi, la finzione supera la realtà, perché oggi abbiamo la possibilità di ascoltare questa musica come mai all’epoca sarebbe stato possibile, complici anche – direi soprattutto – le mutate tecniche di riproduzione, microfonazione, acustica.

Veniamo ai dettagli.

Across The Beatles è un gruppo che nasce dalla fusione di 4 componenti delle più importanti Beatles tribute band italiane (Apple Pies, Let It Be, The Bugs, Strawberry Beatles Forever). I quattro “ruoli” sono:
Paolo Angioi – John Lennon
Mario Lucchesi – Paul McCartney
Teodosio Gentile – George Harrison
Alberto Maiozzi – Ringo Starr
con l’aggiunta di Simone Temporali alle tastiere, un “Quinto Beatle” (come nella tradizione, anche se è un ruolo meno specifico: George Martin? Billy Preston?)
La vera “ghiottoneria” per gli appassionati è l’aggiunta di elementi fondamentali per riprodurre l’album. Un quartetto d’archi, tre sezioni di fiati e – rarità quasi assoluta – un ensemble di strumenti tradizionali indiani.
ARCHI: Quartetto Sharareh composto da Marzia Ricciardi – violino, Farfuri Nuredini – violino, Roberta Pumpo – viola, Federica Vecchio –  violoncello.
FIATI: Mario Caporilli – tromba solista; Sezione Fiati composta da David Cerasuolo – sax baritono/clarinetto basso, Luciano Orologi – sax tenore/clarinetto, Maurizio Leoni – sax alto/clarinetto, Giacomo Bianchi  – corno, Giovanni Piacente – corno, Luca Risoli – corno
ENSEMBLE INDIANO diretto dal Maestro Pejman Tadayon.
L’aspetto più propriamente teatrale è inoltre sottolineato dalla presenza di Mirko “Mirkaccio” Dettori che funge da collegamento, e si presenta come Mr.Kite (personaggio Beatlesiano fra i più noti, presente anche nel film Across The Universe di Julie Taymor).

Lo spettacolo si snoda fra notissimi brani dei Beatles e – aggiungo: fortunatamente – presenta anche brani meno noti.
I veri appassionati, giustamente, chiedono sempre le “scalette” complete dei concerti, e noi li accontentiamo!
Si inizia con il piatto forte della serata, l’esecuzione integrale di “Sgt.Pepper’s Lonely Hearts Club Band”. (La sequenza dei brani è nota, non la elencherò: chi non la conosce peggio per lui…).
Si capisce subito che al di là della bravura dei 4+1 “Beatles-cloni”, il punto di forza è l’integrazione del sound con archi e ottoni. Ascoltare brani come “She’s Leaving Home” o “Good Morning Good Morning” così come furono concepiti è davvero entusiasmante. Per me, anche se so di essere in minoranza, i veri brividi arrivano nell’esecuzione della meravigliosa “Within You Without You”, con l’ensemble indiano e il quartetto d’archi, che accompagnano un “Harrison” ispirato e convincente anche come vocalità. Stupendo.
L’apice assoluto, è forse superfluo dirlo, si raggiunge con la conclusiva “A Day In The Life”, dove l’orchestra ha una parte preponderante. Ho molto apprezzato il fatto che lo storico crescendo finale sia stato allungato, nel buio, per permettere il “colpo di teatro”, al riaccendersi delle luci: la ricreazione, con sagome, musicisti e figuranti, della mitica copertina. Gli applausi (meritatissimi) hanno sovrastato la riproduzione dell’inner groove finale, una chicca per Beatleofili.

La seconda parte dello spettacolo presenta brani da vari LP della Seconda Fase dei Beatles.
Le iniziali “Revolution” e “Get Back” rientrano nell’usuale repertorio di mille Tribute, ma subito dopo, con il glorioso dittico “Strawberry Fields Forever”-“Penny Lane” tornano archi, fiati e campionamenti, e si vola alto. Segue “Here Comes The Sun”, un po’ scontata, ma impreziosita dai violini. Poi due gemme di McCartney, “Eleanor Rigby” e “Yesterday” (unico brano pre-1966), dove le precise partiture per archi rendono giustizia a queste due splendide canzoni, troppo spesso ridotte a voce e sola chitarra acustica (anche dallo stesso McCartney!). Ancora: una buona “Across The Universe”, con gli archi, (i Beatles ne registrarono due versioni: una, la versione del LP, troppo spoglia, l’altra troppo pomposa) questa è giustamente calibrata.
E siamo al crescendo finale: “All You Need Is Love” ricrea la magia della storica trasmissione in Mondovisione, sia come suono che come scenografia, davvero godibile. Una piacevolissima versione dell’ “Abbey Road Medley-final section” conclude lo spettacolo.
Il bis, prevedibilmente, è “Hey Jude”, per i miei gusti troppo abusata, con l’inevitabile coinvolgimento del pubblico. E tuttavia, anche in questo caso, la presenza del crescendo orchestrale ridona smalto a un brano troppo spesso ridotto a coro da Stadio (anche dallo stesso McCartney!).
Mi rendo conto che questa cronaca possa risultare forse eccessivamente entusiastica; ovviamente un pignolo come il sottoscritto ha notato anche qualche minimo difetto (mezza strofa di “Lovely RIta” con le parole ripetute, qualche mixaggio fra archi e band non perfetto…) ma sono davvero piccolezze in uno spettacolo assolutamente riuscito.

Un aspetto che non si può evitare di considerare, e che riguarda un po’ tutte le Tribute Band, ma direi specialmente i Beatles, è sempre e comunque l’irraggiungibilità delle voci soliste. Per quanto dotati siano i musicisti, sarà sempre inevitabile il confronto con la timbrica di Paul, o di John, cui siamo tutti abituati. La cosa incide molto di più del fattore meramente strumentale.
Questo può essere anche un effetto secondario del “ruolo” cui i musicisti sono obbligati, per via dell’aspetto “teatrale” di cui parlavamo prima. Per capirci, chi impersona John è costretto a interpretare sempre e comunque le canzoni che cantava Lennon, e così via. Se la cosa fosse più libera, potrebbe capitare che colui che fa Paul sia maggiormente adatto a cantare “Something” di colui che fa George, o magari “Yellow Submarine” renderebbe meglio se non cantata dal batterista. Ma tant’è, lo spettacolo vuole la sua parte e queste inevitabili forzature alla fine sono necessarie.
Detto ciò, devo dire che, nella fattispecie, le voci di Mario-Paul e Paolo-John erano abbastanza convincenti, anche se ovviamente meno potenti degli originali. Decisamente molto buona quella di Teodosio-George, anche perché la vocalità di Harrison è meno inarrivabile delle altre.
Di tutti e tre i cantanti ho apprezzato il fatto che non abbiano “melodicizzato” alcune interpretazioni, come ad esempio quella di “She’s Leaving Home” , dove il pericolo di vocalizzi retorici “stile Sanremo” è sempre in agguato. Bravi!
Non dimentichiamo Alberto-Ringo, ottimo nella riproduzione coscienziosa dei fraseggi batteristici.

Una doverosa considerazione finale.

Si dibatte da anni se questo fenomeno delle Tribute Band sia eccessivo o negativo, ma io ho da tempo la mia risposta. Se una volta morto Mozart i suoi pezzi non fossero stati più eseguiti, tutta la musica che oggi noi consideriamo immortale sarebbe finita nell’oblio, come le statue elleniche affondate nell’Egeo o i templi del centro America sbriciolati dai terremoti e seppelliti dalla giungla. Immaginate quale inestimabile perdita per l’umanità! Riprodurre fedelmente musica vicina al nostro tempo (pur se non Musica Classica), come quella dei Genesis o dei Pink Floyd, è un’attività altamente culturale, e se vi si aggiunge un po’ di illusione con travestimenti e scenografie, lo trovo perfettamente in linea con quanto si fa rappresentando Shakespeare o l’Aida. Per cui, bando alle ciance sterili, e godiamoci le serate come questa.

“Uno splendido momento, garantito per tutti” (da “Being For The Benefit Of Mr.Kite”).

Galleria Fotografica a cura di Nausica Frau
Per le foto in alta risoluzione: info@romebywild.it

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