Live Report Internazionali 

Beady Eye live @ Orion – 16 02 2014

Con relativa ed inaspettata puntualità, Liam Gallagher e i suoi Beady Eye salgono sul palco dell’Orion accolti da un vero e proprio boato del pubblico che ha già riempito la platea fino al fondo sala. Non so quanti se ne siano accorti ma l’opening act era stato affidato al fratello Paul con un DJ set tutto Kinks, Who, Beatles e Rolling Stones.

Liam si presenta con occhiali da sole e il suo impermeabile beige, abbottonato fino al collo, e io mi chiedo quanto durerà dato che li dentro si è già raggiunto il clima tropicale. Sembra scazzato, come al solito, e nelle prime canzoni stecca malamente, in continuazione, tanto da avere il dubbio che forse la sua spia non funzioni. Accompagnato dalla sua band, con Andy Bell e Gem Archer alle chitarre, Jay Mehler al basso e Chris Sharrock alla batteria, non deve fare molto per conquistarsi una platea già devota che intona il 99% delle canzoni fin dall’inizio e non ha mai smesso di cantare e saltare. Passano in rassegna i brani del nuovo album “BE”, pubblicato a Giugno 2013 e che stanno portando in tour dal Novembre scorso, oltre che del primo “Different gear, Still Speeding”. Canzoni come “Flick of the finger”, “Soul Love”, “Second Bite of the Apple”, scivolano via benissimo fino all’imprevisto: nel bel mezzo della prima strofa di “Shine a light”, secondo singolo di punta dell’album, salta l’impianto. Voci e luci KO, pubblico spiazzato, band indecisa sul da farsi… si guardano intorno cercando con lo sguardo chi o cosa risolverà il problema. Liam cominica a gironzolare nervosamente avanti e indietro fino a quando decide di lasciare il palco, seguito dalla band. Ci vorranno un po’ più di cinque minuti per ripristinare il tutto e, tra i cori coloriti e a tratti fuori luogo del pubblico, rimaniamo in attesa che tutto sia sistemato. Guardandomi intorno mi chiedo se Liam si incazzerà abbastanza da non tornare più in scena (non sarebbe una cosa strana dato che, mi dice una ragazza vicino a me, a Lisbona, apertura del tour europeo, ha annullato su due piedi la data per non meglio precisati imprevisti di programmazione. Tutto da verificare chiaramente, ma conoscendo il tipo…). Non c’è più spazio per i dubbi, alla fine tutto si risolve e si può ricominciare, lui torna al microfono e accenna una battuta (proprio su “Shine a light” – Splende una luce – va a saltare la …luce?). Ormai lanciatissimi, sembra che l’interruzione non abbia sortito effetti negativi e arriva il momento del primo tributo agli Oasis, che il pubblico continua ad acclamare, con “Wonderwall”.

Fatta questa siamo a metà del concerto, e anche Liam imperterrito con l’impermeabile abbottonato, fin da subito ha ceduto all’asciugamano per il sudore. Io ho l’opportunità di spostarmi, riprendere fiato e nel contempo cambiare punto di vista. Il panorama sulla platea è davvero impressionante, mani alzate e partecipazione affettuosa: molti sono li per risentire gli Oasis, mai del tutto dimenticati, e vengono accontentati con un altro classico “Cigarettes and Alcohol”. Si torna al presente, con “The roller”, e il concerto si avvia alla fine con “Start anew”, “Bring The Light”, e “Wigwam”.

Liam saluta e lascia il palco con tutta la band, per farci ritorno dopo pochissimo, acclamato. Il bis prevede due pezzi, almeno cosi direbbe la scaletta, ma lui affida il finale ad un unico pezzo potente e noto, “Gimme Shelter” (cover Rolling Stones) che tutti apprezziamo e con cui saluta il pubblico, firmando anche qualche autografo alla prima fila.

Per fortuna le porte sono aperte già da un po’ e si respira, piano piano la folla di giovani (e anche qualche genitore accompagnatore) si avvia verso l’uscita. Il concerto, a parte l’interruzione obbligata, è stato tirato, tutto d’un fiato. Liam serio, con quell’espressione mista fra l’indifferente e l’incazzato che lo contraddistingue. Tipicamente inglese, non si è mai lasciato andare ed ha fatto il suo come previsto dal programma. Questo secondo disco aveva l’intenzione di essere diverso, almeno nelle sonorità, dal primo. Ma è inevitabile che il sound degli Oasis rimanga tale, e chissà se davvero non è auspicabile una reunion (che molti dei presenti probabilmente sperano).

Noi intanto ringraziamo la band e gli organizzatori per averci accolto all’Orion e per aver portato a Roma una delle icone icone internazionali del Brit Pop.

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