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Recensione di Black Therapy – “Symptoms Of A Common Sickness”

La band capitolina, formatasi nel 2009, dopo la pubblicazione del primo demo nel 2010, si presenta al suo primo disco con tutte le premesse per fare bene. L’album è stato, nell’ordine, mixato da Bob Romano ai Mi Studios di Hollywood e masterizzato in Polonia presso gli Heartz Studios, tra gli altri, utilizzati da pilastri del metal estremo quali Behemoth e Vader.

Due parole vanno spese anche sullo splendido art work, a cura di Adhiira Art che riesce a presentare un’immagine in grado di regalare il giusto livello di inquietudine e che ci lascia intendere cosa stiamo per ascoltare.

Metal estremo, questo sono i Black Therapy e su ciò di certo non si può discutere, al contrario si può parlare del fatto che la band parta da canoni prettamente death-metal per poi sfociare a più riprese anche nel campo di sonorità più proprie del black metal, così come non mancano accenti più lenti che ci riportano ad atmosfere maliconiche e doom.

La musica accompagna e sostiene alla grande i testi delle canzoni che sono abbastanza violenti e mortiferi, come è giusto che sia per un disco del genere. La band risulta avere un ottimo tiro su tutti i brani e scaraventa tutta la sua violenza nelle nostre orecchie fino alla sesta canzone, “The last soul”, un brano strumentale che ci lascia senza fiato per la bellezza delle parti di chitarra e di archi.
Tutto molto bello fin qui, anche se di certo non si può dire che la musica dei Black Therapy sia un qualcosa di nuovo, nell’ampio universo del metal estremo si è già spesso sentito canzoni su queste linee e con queste caratteristiche. Se per molti questo potrebbe risultare un punto a sfavore, io sono del partito che fare qualcosa di innovativo ormai è davvero complicato e che il disco dei Black Therapy è, come si suol dire, tanta roba!!
L’album procede fino alla conclusiva “Still black beyond the light” su ottimi ritmi e con la giusta dose di malvagità.

Tirando le somme per me si tratta di un grande esordio per i Black Therapy, tuttavia per farsi spazio in un genere vasto e già molto esplorato come quello che suonano dovranno trovare necessariamente quel qualcosa in più nelle loro prossime fatiche.

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