Live Report Locali 

Bruno Cavicchini @ Jailbreak – 10 01 2014

Entriamo al Jailbreak, prendiamo posto, il concerto è alle 22.00.
Ordino una focaccia che spero mi arrivi prima di Bruno, ma tanto tarda la focaccia quanto tarda lui, e arrivano insieme. (e adesso come faccio a scrivere?)

Salgono in 3: c’è Bruno Cavicchini alla chitarra, Domenico Ragone al basso e si intravede da dietro le pelli un Pino Liberti, statuario. Questa sera presentano un album, quello di Bruno, “Mood Balance”, ma questo lo stanno per far spiegare alla musica, prima che alle parole.
Bruno si presenta subito molto Hard Rock, spettinato sia nel vestiario che nel riff che inizia a suonare, quello di “The Chase”, al quale segue una parte solista molto fine e ragionata. Sono ricercati, ma allo stesso tempo “sporchi”, come un vero gruppo della vecchia guardia; chiude con un breve strumentale incisivo e duro, così, giusto per ricordarvelo. Con “Serenity” vediamo l’entrata in scena del 4° membro della band: un piccolo portatile, nascosto in mezzo alla batteria, che manda le sequenze. Precisi come un orologio gli suonano dietro senza problemi, senza mai tralasciare l’aspetto della presenza scenica, molto accattivante. Bruno in particolare, ricorda un primo Steve Vai, forse quello del film “Crossroads”, anche se nel look richiama molto di più chitarristi come Jeff Beck.
E’ la volta di “Duckman”, una traccia colorata con l’uso di effetti a pedale, dei quali Bruno è ben fornito, rigorosamente analogici. E’ notevole il lavoro ritmico fatto su tempi: stop, articolazione del brano, incroci, groove, e proprio questo, forse, da spazio al bassista Domenico per emergere nel brano che stiamo ascoltando, con uno slap che ci ricorda da subito un sound alla Primus. Segue “Fallocaster”, dove Bruno non si risparmia, anzi, si comporta come un vero Guitar Hero, come quelli dei film. Ricordi blues su questo pezzo che ci ha “incollati tutti allo schermo”, anche se molti della prima fila hanno avuto paura che alla fine impalasse la chitarra in una cassa spia, come leggenda vuole. Per pietà o per bisogno, Bruno decide poi di rallentare un po’ con “Here and Beyond”, brano ben strutturato e d’incanto per tutti i presenti, sembrava quasi di essere tornati tutti un po’ adolescenti.

Su “Floating Moons”, invece, il ritmo si indurisce di nuovo, solido come la roccia nella sua sezione ritmica, d’impatto e potente: l’intreccio armonico delle strofe, esplosivo sui ritornelli… una bomba. Il musicista che abbiamo davanti ormai non si ferma più e comincia con “The New Swinging Truth”, aggredendoci tutti con partenza in quarta, fatta tutta con gli effetti a pedale, quasi stesse smanettando le manopole di un synth, per poi rimettere le mani sulla chitarra. Si ripartire con un riff molto Heavy, in Dropped D, che apre su un verse quasi sognante, a tratti psichedelico come i giochi di luci che l’hanno accompagnato per tutta l’esibizione. Sembra che le diverse sfaccettature del rock si siano date appuntamento per prendere un caffè nel suo brano.
Segue un intermezzo dai ritmi quasi samba, poi un finale che prova a chiudere, ma non finisce, non finisce mai, è portato avanti dal main riff del brano ripetuto a mo’ di mantra e una batteria che, ad un orecchio inesperto, può sembrare “per gli affari suoi”, ma in realtà molto, molto scientemente suonata, forse il punto più alto della performance di Pino. Quando il brano finisce, nessuno pensava fosse possibile. “Rock n Roll Serenade”,
che segue, è piacevole, dal giro di basso molto groovy. E’ poi il momento di una cover con “Stratus” di Billy Cobham, per la quale, se dovessimo esprimere un “excellence rate” assegnerei un 101%.
Da qui in poi, nel concerto, le parole si fanno sempre più rarefatte e il gas musicale sempre più nobile. Dopo “Stratus”, è la volta di “Brush With The Blues”, più calma, nella quale l’artista lascia ampi spazi a sfumature e finezze, senza tralasciare però il lato virtuosistico che accompagna tutto il concerto.

“Hazy Days” si presenta come una sorpresa: dopo 10 brani di chitarra sale sul palco un cantante, Danilo Galgano, per un brano che ci riporta ai fasti degli inglesi anni ‘70, tra il riff solido come la roccia e la voce acuta e “vintage” di Danilo. Fuori gli acidi e le droghe tutte, sull’inciso esce fuori anche un organo hammond a completare l’atmosfera! Il groove del basso, la batteria statutaria, il post-solo un po’ vuoto, il delay sulla chitarra di Bruno sono forse un quadro già visto, ma non certo sbiadito. Forse questo è il brano che, da cantante con gli occhiali da sole tondi, ho apprezzato di più. 10 e lode.

Il brano si chiude e Bruno annuncia “Going Down”, ma…chi è quel tipo? Lo conosco: è Giorgio Lorito degli Ushas! La band di Aprilia (LT) che tanto mi entusiasmava da piccolo! Due frontman: questo concerto si sta spingendo troppo oltre, ma va bene così. Aggressivo e allo stesso tempo pulito come lo conosciamo (ebbi
anche la fortuna di vederlo a teatro impersonare il conte Ugolino in Dante, Opera Rock), ben si sposa con il sound di Bruno e la sua band, portando una ventata Heavy sul palcoscenico e trascinandosi dietro il calmo Danilo. Epico il momento in cui i due hanno iniziato a gorghe-urlare sul solo di Bruno,
fondendo i loro due acuti sulle note di chitarra.

“Highways To The Sun” è il brano conclusivo (che gli acuti abbiamo provato un po’ troppo il povero chitarrista?). Bruno sembra rilassato, quasi alla fine di un viaggio. Appare sottopalco un figuro con cappello leopardato, giacca, cravatta e scarpe a punta, quasi a salutarli, come fosse il maestro spirituale che nemmeno la band sapeva di avere. Il brano prosegue sognante, ma con i piedi per terra, ancorato dal tocco sapiente
dell’esecuzione, l’arrangiamento studiato e un groove quasi “savio”. E’ la chitarra che ha imparato a cantare per osmosi dai due special guest o è Bruno che da il meglio di se? E’ comunque bellissimo. Ma ecco che il pezzo cresce, dei potenti accordi ci svegliano, realizziamo cosa abbiamo appreso da questo viaggio.

Ero partito prevenuto, ma forse questo album lo compro…anzi, si che lo compro, e lo consiglio pure agli amici; ad Alessio lo regalo proprio. Cresce, cresce sempre più il brano e Bruno tira fuori tutto quello che ha ancora da dare, “ne ho ancora finito! restate!”, sembra urlare ogni fraseggio. Poi si calma, chi c’è c’è e con un mega virtuosismo finale chiude, mentre presenta ancora la band, come fa ogni chitarrista che si rispetti. Una performance che ho visto poche volte.

Se tornassi indietro, lo rifarei. Complimenti Bruno!!!

(la folla urla per il bis, Bruno rientra e ripete Fallocaster, delirio…grande)

 

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