Recensione di "Jukebox all'Idroscalo" dei City LightsRecensioni Nazionali 

Recensione di City Lights – “Jukebox all’Idroscalo”

 

I City Lights: luci di Ostia tra Chaplin, Pasolini e amori tossici

Il gruppo dei City Lights (composto dal cantante Marco De Annuntiis, il chitarrista Alessio Righi e dal bassista Marzio Micheloni: il batterista è stato più “mobile”, attualmente è Gianni Dibenedetto) si è formato tre anni fa, e trae il proprio nome da un famoso film di Charlie Chaplin, noto in italiano come “Luci della città”. Marco mi spiega che il nome è stato scelto perché “così come Chaplin credeva ancora nelle potenzialità del cinema muto in un’epoca in cui il sonoro era ormai irrinunciabile, noi crediamo ancora nelle potenzialità del rock di una volta nonostante la musica al computer sia ormai l’attuale orizzonte musicale”. E su questo personalmente non posso che stare dalla parte di Marco.

A mio modo di vedere però la scelta del nome della band ha molto a che fare anche con le tematiche affrontate nel loro primo disco, “Jukebox all’Idroscalo“. Un disco pieno di esperienze vissute nella loro città, Ostia, tra lungomare, discoteche e tossicodipendenza che si respira un po’ ovunque. E su quest’ultimo punto vale la pena soffermarsi un attimo: molti dischi musicali sono impregnati di vita vera, ma ciò che contraddistingue questo disco da altri altrettanto sinceri e appassionati è proprio il tema della droga, raccontato in maniera esplicita (alla Velvet Underground di Heroin, e non velatamente come gli Stones di Brown Sugar). I ragazzi ammettono di aver conosciuto molti persone cadute purtroppo nella spirale della dipendenza e ne parlano in quella che mi sembra essere la canzone principale del disco, “Blues della Renault” che, utilizzando (appunto) il linguaggio del blues, ci racconta di una “classica” giornata passata a cercare di farsi una “pera”. Il pezzo rievoca abbastanza fedelmente una delle scene principali del film “Amore Tossico” del 1981, dedicato anch’esso alla tossicodipendenza che si viveva e si vive ad Ostia, città balneare alle porte di Roma; questo “tipico” episodio viene descritto passo dopo passo, azione dopo azione, compresa quella  di andare a comprare il limone necessario per sciogliere l’eroina prima di iniettarsela, una scena che Marco mima anche nei live (ma senza usare la materia prima e senza bucarsi per davvero, eh! Però lo slaccio della camicia lo fa davvero….). Marco non poteva esimersi dallo scrivere una canzone di questo tipo, essendo caro amico di una delle attrici principali della pellicola.

Anche la canzone che apre il disco “La nevicata dell’85“, il cui riff di apertura ricorda “All Apologies” dei Nirvana e pensata come risposta generazionale a “La nevicata del ’56“, pezzo famoso per l’interpretazione di Mia Martini,  richiama sì la famosa nevicata che ha battezzato la nascita di tutti quelli come me venuti al mondo nel 1985, ma non è solo ad essa che vuole riferirsi, e chi vuole intendere intenda: e per rendere più esplicita la questione, Marco e Alessio hanno inserito alla fine della canzone un verso chiave: “E’ finita la neve, beato chi la vede, è finita la neve, beato chi ci crede“…..

Altra canzone fondamentale del disco è “Blues del mattino“, con sonorità country blues, particolarmente amata da Alessio, che descrive la tipica situazione di uno studente universitario della classe media negli anni ’10, preoccupato per il proprio futuro e la possibile discesa in situazioni sociali meno felici, ma allo stesso tempo non manchevole di comprensione per chi quel tipo di situazione già la vive (Marco mi spiega che non è una persona eccessivamente politicizzata, ma comunque attenta e interessata a quello che avviene in politica); imperdibile in questa canzone il passaggio che descrive Roma, che richiama vagamente il Remo Remotti di Mamma Roma. E ancora “Conigli dappertutto, amico mio“, sonorità ’60 alla Kinks e Byrds, che trae il titolo da un bizzarro modo di esprimersi di uno “spacciatore che ricorda molto uno visibile in Taxi Driver di Scorsese, un tipo che aveva a disposizione tutto, e quando era preoccupato di qualcosa se ne usciva con quella frase”, “Rabbits everywhere, my friend”, come mi racconta Marco: i “conigli” sarebbero, nelle spiegazioni di Marco e Alessio, i personaggi descritti nel testo, ovvero gente che ha paura di affrontare la vita (“come un gatto che scappa inseguito da un cane, come un cane sfuggito dal padrone“).

Per il resto il disco si districa tra canzoni richiamanti la tradizione francese, cara a Marco (“Intoxicated man“, con musica di Serge Gainsbourg), pezzi che raccontano di tipiche frustrazioni sessuali (“Il locale“, scritta da Marzio, tra l’altro il più politicizzato dei membri della band, e completata da Marco, un pezzo le cui chitarre richiamano vagamente l’indie rock alla Strokes, gruppo molto apprezzato da Marco e Marzio), e passaggi in discoteca (“Plastico“, scritta da tutti e tre i membri della band).

Lascio gli altri pezzi del disco alla vostra personale scoperta!

Nel complesso questo gruppo promette bene, sperando che sapranno mantenere ancora vive narrativa e sonorità, magari elaborandole ancora più che in questo disco. Ma già ora si scorgono aspetti molto interessanti, rinvenibili negli elementi che abbiamo delineato fin qui: racconti di stampo pasoliniano pregni di vissuti intensi e influenze sonore molto variegate.

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