Recensioni Internazionali 

Recensione di Ghost – “Infestissumam”

Una sinistra copertina di nuovo legata al mondo del cinema (eh sì, lo ammetto, nella recensione del precedente “Opus Eponymous” non avevo riconosciuto il riferimento ad una miniserie di fine anni settanta…) ci presenta “Infestissumam” il nuovo album degli svedesi Ghost, rinominati per questioni legali Ghost B.C.

In realtà c’è poco da dire riguardo l’album, se non che rispetto al debut il suono è più leggero (più hard rock che metal) e pomposo, sempre kitsch ma decisamente meno sporco, mentre le composizioni sono forse più articolate e puntano più che sul riffing, sull’ atmosfera e le melodie per le quali è evidente l’importanza delle tastiere, stavolta spesso in primo piano. Si tratta comunque di “variazioni” che non stravolgono ciò che i Ghost già offrivano dal disco precedente, ovvero un tessuto sonoro eterogeneo ed intrigante figlio delle più disparate influenze. Basta leggere le loro interviste ed ascoltare le cover che propongono per trovare insieme nomi come Death SS ed Abba, Pentagram e Beatles ecc… Certo questo complica le cose per chi ama inserire obbligatoriamente un gruppo in un genere ben definito, ma i Ghost rendono sterile qualunque discorso sul “genere” grazie alle proprie composizioni dotate di una marcata impronta melodica, non di rado “dolce” (specie nel disco in esame) ma con qualcosa di “impuro” e sbagliato, a volte persino inquietante (nonostante sia semplice non prenderli sempre sul serio), capaci di stregare l’ascoltatore e che, soprattutto risultano convincenti e dal sound piuttosto riconoscibile. Con buona pace dei “razzisti musicali” il combo svedese prova, se ce ne fosse bisogno, che l’importante è che la musica sia buona, non il genere…

L’ introduzione mette subito in luce le differenze rispetto ad “Opus Eponymous” alle quali abbiamo accennato sopra. Se “Deus Culpa” era solo una scarna, semplice ma efficace nenia liturgica eseguita solo da un organo, “Infestissumam” inizia in modo sontuoso con imponenti cori (nel solito italo/latino maccheronico; e se me ne accorgo io la cosa è grave…) che scimmiottano i canti gregoriani, ai quali segue un’esplosione di tutta la band che porta a “Per Aspera Ad Inferi”, un brano ottimo in linea con gli standard del disco nonché uno dei più heavy dello stesso, che convince principalmente per il modo in cui viene costruito, grazie alle tastiere che nel ritornello (di per sé un po’ banalotto) emergono rubando la scena alle chitarre donando al tutto una parvenza di solennità.

Riguardo la qualità dei brani, dopo diversi ascolti posso dire che si attestano chi più chi meno, all’incirca sullo stesso livello fatta eccezione, in negativo, per “Depth’s Of Satan’s Eyes”, quasi una versione stanca e poco intrigante di “Death Knell” con inoltre un ritornello piuttosto debole. Musicalmente anche il mid-tempo “Body And Blood” non è la migliore dell’album complice anche il continuo ripetersi del ritornello, tuttavia scorre via piacevolmente e lo humor nero che la pervade gli dona un poco di longevità in più. E poi, in tutta onestà credo che tra noi truci e blasfemi metallari più di qualcuno abbia pensato di dare un senso letterale alle parole “prendetene e mangiatene tutti”. Altresì immagino siano pochi ad aver scritto una canzone a riguardo. Gli altri brani sono tutti più di un gradino sopra, ed oltre ai già noti singoli ovvero l’intrigante waltz-metal da freak show di “Secular Haze” ed “Year Zero”, una “I Was Made For Loving You” più pesante, dark ed estremamente pomposa, vale la pena citare la diretta e viziosa “Jigolo Har Megiddo” ed “Idolatrine” (altro titolo da “si pensa ma non si dice”), un incrocio bastardo tra hard rock, Beatles ed Arthur Brown con Papa Emeritus che continua a mostrarsi uno dei punti di forza del gruppo arricchendo tutto con delle armonizzazioni particolarmente indovinate. Il testo, come sempre con i Ghost, si lega benissimo alla musica tanto da risultare quasi disturbante quando delle voci melliflue iniziano ad intonare “suffer little children…” Senza dubbio uno dei brani migliori è l’ipnotica “Monstrance Clock”, che ammalia con una chitarra insinuante che recupera un certo gusto doomy mentre il mood generale rievoca immagini da sbiadite fotografie in bianco e nero. Se proprio si deve indicare una canzone come “La migliore”, questa è senza dubbio “Ghuleh/Zombie Queen”, esempio ottimo di “poche note ma giuste”. Nella prima parte una ballad tanto semplice quanto delicata, quasi toccante (se non altro la parte strumentale, riguardo il testo è un’ altra storia), dal gusto simil-prog anni settanta prima di un’accelerazione dal sound decisamente retro, quasi surf. Spiazzante senza dubbio, anche se il gruppo riesce a far suonare il tutto 100% Ghost.

“Infestissumam” conferma i nostri come una band di primo piano e mantiene le aspettative create dal primo album, ed anche se prese singolarmente non tutte le canzoni sono forse ai livelli di quelle contenute in “Opus Eponymous”, nel complesso mostra una band che sa usare perfettamente tutte le armi a propria disposizione e che sotto melodie immediate ed ammaliatrici non rinuncia a cesellare i suoi brani ponendo particolare attenzione ai dettagli (come la chitarra che gioca con il volume durante verso di “Year Zero” o le già citate armonizzazioni di Papa Emeritus) che aiutano a far decollare il disco.

E tuttavia è difficile scrivere di un disco che, forse a casa della’ eterogeneità del sound, riesce a farti cambiare i brani preferiti ad ogni ascolto. L’unica certezza è che più lo si ascolta e più ti conquista.
Per ora non resta che godere di un eccellente nuovo album di horror rock in cui abbondano blasfemia, riferimenti sessuali, affascinanti sirene melodiche ma anche humor e strategie di marketing… Sì, il diavolo è passato sicuramente di qua.

Papa Emeritus II – voce
Nameless ghouls – chitarre, basso, tastiere, batteria

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