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Recensione di Ghost – “Opus Eponymous”

Colori smorti e freddi. Un castello. Dei pipistrelli. Dall’alto un papa cadaverico avvolge la scena con il suo mantello sacrilego… roba da Hammer film. Poi leggiamo la casa discografica: niente meno che la Rise Above di Lee Dorrian. Tanto è bastato per convincermi ad acquistare a scatola chiusa il debut degli svedesi Ghost, convinto che mi sarei trovato presto ad ascoltare un album di ottimo horror/doom metal.
Ho sbagliato, anche se non del tutto.
In effetti “Opus Eponymous” è un grande album, ma lo stile della band non è così facilmente inquadrabile. Sebbene il riffing possa ricordare spesso i Mercyful Fate, il suono non troppo aggressivo delle chitarre, gli inserti di tastiere, il basso “sporco”, e non ultimo il flavour vagamente progressive che fa capolino all’interno delle composizioni, donano al disco un gusto anni settanta. Una delle componenti più interessanti del Ghost sound però, è senza dubbio il cantante Papa Emeritus (eh sì, per aumentare il mistero intorno alla band non sono stati rivelati i nomi dei vari membri) che spesso contribuisce con delle linee molto melodiche, quasi al confine con il pop, che ben si amalgamano con il suono “aggressivo ma non troppo” del gruppo creando nell’ ascoltatore una sensazione di straniamento non indifferente. Fin dall’ inizio, dopo il rituale (in ogni senso…) intro di organo ci si ritrova a canticchiare allegramente versi come “you rebel chief, destroyer of the earth” (da “Con Clavi Con Dio”) o “this chapel of ritual smells of dead human sacrifices” (da”Ritual”). Strano senza dubbio, eppure funziona ed affascina. Certo, c’è chi accusa la band di essere pacchiana ma per quanto mi riguarda va benissimo così. Tutto ciò che riguarda i Ghost (immagini, scelte musicali e testi dove compaiono un rigo sì e l’altro pure “Satan, devil ecc.) sembra ben studiato per aumentare il fascino della loro proposta.
La qualità di tutti i brani è alta, nessun brano svetta su un altro e “Opus Eponymous” scorre senza l’ombra di cedimenti alternando momenti più oscuri ad altri ben più ”ariosi”, brusche accelerazioni e stop repentini che non fanno altro che aumentare la longevità dell’ album. Mi sento di dire che l’unico difetto del disco è la sua breve durata.
Ironicamente una menzione d’onore spetterebbe forse alla strumentale “Genesis” (traccia conclusiva del disco, una scelta davvero indovinata per un’ opera in cui la fa da padrone il diavolo). Un brano dalla grande forza evocativa (anche se non il più rappresentativo del sound della band) che si apre con un incalzante giro di tastiere che fa da impalcatura per il resto del pezzo. Un breve solo di synth tanto semplice quanto d’ effetto fa la sua comparsa verso la fine, prima di lasciare il posto ad una chiusura in acustico che sa tanto di anni ’70.
In conclusione potremmo descrivere il suono della band come un diabolico heavy rock a metà strada fra Mercyful Fate, echi lontani di Black Sabbath ed un pizzico di gusto prog rock, arricchito da melodie “pop-friendly” di facile presa che, a differenza di quanto succede di solito, rimangono in testa a lungo senza annoiare. La voce “soft” di Papa Emeritus sovrapposta a della musica più classicamente heavy e dark crea a volte un contrasto che personalmente apprezzo molto, ma immagino sia possibile che non appaghi tutti, in particolare coloro che quando leggono “Satan” pensano istintivamente “death metal e gore”…
Se riuscite a trovare l’edizione giapponese prendetela. Contiene una gustosa cover di “Here comes the sun” dei Beatles…

Papa Emeritus – Voce
Nameless Ghouls – strumenti

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