Conferenza Stampa di presentazione del Progressivamente Free FestivalInterviste Interviste Operatori di Settore 

Paolo Maiorino: la passione prima di tutto

Ringraziamo Paolo Maiorino per aver accettato di condividere con noi alcune riflessioni sul mercato musicale, ad oggi tanto colpevolizzato per “aver voltato le spalle” agli artisti, soprattutto quelli italiani. Speriamo così di poter dare alcune risposte ai tanti musicisti che ci seguono.

Prima di tutto vorrei chiederti: come è vissuta la difficoltà del momento attuale da una casa discografica così importante e radicata come la Sony?

Con la giusta preoccupazione. Il mercato sembra ridursi sempre più, ma presenta grazie al cielo zone di opportunità che prima non esistevano e che verranno e sono già affrontate ed integrate nel business plan per completare un profondo processo di trasformazione dell’industria discografica. Il live, il new business, le operazioni commerciali con le aziende, le produzioni televisive sono solo alcuni esempi di un mercato in profonda evoluzione

L’avvento di internet ha decisamente cambiato il modo di fare business con la musica. Ormai sono passati tanti anni da quando questa rivoluzione è iniziata, pensi che esista un modo per integrare i “vecchi” meccanismi del business con le nuove tecnologie?

La tecnologia in generale ha da prima tolto qualcosa ed ora sta restituendo qualcos’altro. Il downloading prima, lo streaming adesso sono fenomeni importanti e generatori di fatturato. You Tube stesso è divenuto uno dei nostri principali partners. E’ chiaro che il mercato del fisico segna il passo basti pensare che il liquido è già quasi al 50% del fatturato. I due mondi riescono a coesistere ma è un avvicendamento in piena regola, sembra solo una questione di tempo.

Il processo che ha portato a questi cambiamenti è stato comunque velocissimo, credi che le case discografiche abbiano avuto il tempo di adeguarsi al mondo che cambiava?

Hanno dovuto farlo in corsa. Come hai detto è stato molto veloce e sicuramente ci ha penalizzati all’inizio. Siamo stati ridimensionati come strutture industriali. Ma abbiamo retto l’urto ed abbiamo avviato un processo di ristrutturazione ed adeguamento tecnologico che sta dando i suoi frutti.

Con il senno del poi quali reputi siano state le scelte più giuste, (e quelle più sbagliate), che le varie case discografiche hanno adottato per affrontare la situazione?

Combattere il dilagare di internet è stata una reazione istintiva e sbagliata. Capire come poteva invece trasformarsi in un nuovo strumento di lavoro è stata la scelta giusta anche se attuata forse in troppo tempo. Siamo stati poco reattivi perché le competenze tecniche e la legislazione vigente non ci hanno favorito. Col tempo le cose sono migliorate e siamo diventati o per meglio dire tornati competitivi.

Anche il proliferare delle piccole label indipendenti ha cambiato di molto il modo di fare e vendere musica, garantendo una maggiore diversificazione dell’offerta musicale, dell’entità degli investimenti e di conseguenza anche diversi livelli di penetrazione del mercato. Da General Manager di una major, puoi dirci come è stato accolto il fenomeno e come oggi viene visto dalla Sony?

Le etichette indipendenti hanno sempre avuto un ruolo fondamentale nell’ecosistema discografico. Tuttora sono linfa vitale per la scoperta e la diffusione di nuovi talenti, di nuove forme di musica. Ho profondo rispetto per queste realtà e spesso ho valutato se assorbirne alcune beneficiando di un grande lavoro di set up e sperimentazione che a volte in una major è precluso dal modello di business che si attua.

Le major sono spesso accusate di non fare gli interessi degli artisti e della musica in generale, attente solo a confezionare un prodotto che sia in grado di garantire un ritorno economico, indipendentemente dalla qualità artistica. Secondo te questa convinzione ha un fondamento?

Le major come tutte le aziende hanno in testa il fatturato e di conseguenza tendono a privilegiare prodotti popolari. E’ un discorso atavico ed infinito, ci vorrebbero ore per diquisire. Promuovere la musica è una forma di cultura e di comunicazione, è fondamentale, ma non si può prescindere dal fatto che quest’iniziativa trovi riscontro nel gradimento del pubblico. Dunque auspico un mix, un equilibrio tra iniziative cosiddette commerciali e altre culturali e sociali.

Se restiamo in ambito rock, negli ultimi anni c’è stato un grande ritorno, (anche modaiolo se vogliamo), agli LP, all’ascolto dei grandi classici e alle band che hanno fatto la storia. Sembra quasi che il tempo si sia fermato per la musica con la M maiuscola e l’unico modo per sopravvivere nel music business sia puntare al passato, è davvero così?

Potrebbe essere. Le esperienze di mercato di alcuni paesi come la Svezia e la Norvegia lo lascerebbero presupporre, ma molto sta nella capacità di una nuova generazione di appassionati di interessarsi alla musica del passato e nella capacità nostra e dei media di provvedere a renderlo disponibile e promuoverlo adeguatamente.

Cosa vi ha spinto ad ideare la collana editoriale “Progressive Rock Italiano”?

La passione per questo genere considerato erratamente di nicchia ma che in realtà rappresenta una delle pagine più belle e di vanto della cultura musicale italiana, specie all’estero. Da appassionati abbiamo tratto vantaggio di uno sterminato catalogo in dotazione e da li siamo partiti per acquisirne di nuovo e rafforzare la nostra posizione preminente sul mercato.

Ho fatto la stessa domanda a Guido Bellachioma, con cui hai condiviso l’esperienza del Progressivamente Festival. Quali sono state secondo te le condizioni che hanno portato ad un movimento musicale così fiorente e tutt’ora invidiato anche all’estero, come quello del prog rock anni ’70?

Credo che sia Guido a doverti rispondere. Certo è che quello italiano è stato un vero e proprio filone, una miniera d’oro. Ed a parte i soliti noti esiste un sottobosco fantastico formato da una miriade di bands davvero interessanti e tutte da scoprire.

Pensi che prima o poi potremmo rivivere un momento magico come quello degli anni ’70 in Italia o non siamo più un paese in grado di produrre qualcosa di interessante?

Purtroppo non credo o perlomeno non a quelle dimensioni. Quello fu un vero e proprio movimento che duro anni. Adesso si vive di exploit, prodotti che esplodono anche all’estero per motivi spesso non decifrabili ed imprevedibili. Ma un vero e proprio movimento faccio fatica ad immaginarmelo ora.

Puoi dirci quali sono secondo te le maggiori differenze tra il mercato nostrano e quello estero?

E’ un problema di cultura. Inghilterra e Germania dominano il mercato europeo, seguite dalla Francia a poca distanza. Noi siamo poco sopra Olanda e Spagna. In Germania a parte un generale benessere economico che da noi manca esiste una cultura per la musica e condizioni di mercato completamente differenti. Da noi è visto come un bene effimero e del quale in momenti di crisi si può fare anche a meno.

Sembra che i canoni attuali del mainstream non siano in grado di soddisfare coloro che si dichiarano “veri” cultori della Musica. Secondo te esiste un problema di selezione da parte delle case discografiche o ad oggi le necessità di mercato non possono più andare di pari passo con quelle musicali?

Credo che la risposta sia insita nella domanda. I cultori di musica sono eletti e quindi in quanto tali sono pochi rispetto alla maggioranza. Per i motivi di cui parlavamo prima le case discografiche rispondono alle sollecitazioni del mercato. A richiesta conseguente offerta. Poca richiesta poca offerta. Il discorso è semplice. Se una ristampa dei Van Der Graaf Generator valesse migliaia di copie invece di poche decine saremmo i primi a promuoverne la realizzazione.

A proposito di questo, quando si parla di cultura si crea spesso una dicotomia tra ciò che è facilmente assimilabile dalle masse, e quindi può diffondersi a macchia d’olio, e ciò che ha un importante valore intrinseco, ma non necessariamente riesce ad uscire dalla nicchia. Molti sono convinti che uno dei compiti di una label sia quello di immettere sul mercato prodotti di qualità, di fare cultura. Quanto credi che ciò sia possibile concretamente?

Come già detto si può fare solo in piccola percentuale. Altererebbe il modello di business altrimenti e sarebbe una forzatura che pagheremmo a caro prezzo. Sono d’accordo nel diffondere e promuovere la cultura intraprendendo progetti musicali che sappiamo in partenza non genereranno grossi guadagni, ma vanno inquadrati in un’ottica generale

Puoi farci una previsione su quello che pensi sarà il futuro della musica?

Sono ottimista per natura e vedo il bicchiere sempre mezzo pieno. Credo che il processo di trasformazione sia solo iniziato. La musica è un bene prezioso e va difeso. E’ cultura, è società, è una forma di comunicazione, è arte. Fisica, liquida, dal vivo. In qualche modo sopravviverà e verrà tramandata.

Un’ultima domanda: qual è il consiglio che ti senti maggiormente di dare a chi vorrebbe fare della musica il proprio mestiere?

Dirò una cosa scontata. La passione prima di tutto. Se cosi non fosse non sussisterebbero tutti i discorsi fatti nelle precedenti domande. Si avrebbe una concezione mercificata della musica e scarsa propensione alla creatività, al gusto della riscoperta, alla valorizzazione di un patrimonio culturale.

Ancora grazie a Paolo Maiorino per aver risposto alle nostre domande e averci fatto vedere più da vicino la realtà delle grandi case discografiche. Spero avremo di nuovo occasione per fare nuove riflessioni con lui, magari in relazione ad una nuova metamorfosi del mercato musicale.

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