Jethro Tull - Joseph Nash original paintingRecensioni Recensioni Internazionali 

Jethro Tull – Minstrel In The Gallery – La Grande Recensione

JETHRO TULL – MINSTREL IN THE GALLERY  – LA  GRANDE EDITION

Edizione dei quarant’anni dell’album.

LA GRANDE RECENSIONE.

di Donald McHeyre e Jacopo Muneratti

LA GRANDE introduzione
Personaggi (in ordine di apparizione)
Il Duca e la Duchessa di Derby
Attori e Menestrelli
Palmer, The Butler
 Qualche ospite ritardatario
Frate Donaldo da Aberdeen (imbucato e ubriaco)
Ser Giovanni Jacopone Galeacci (ubriaco e imbucato)
Scena:
Haddon Hall, Bakewell, Derbyshire.
Nella Grand Hall si prepara il ricevimento per il matrimonio del Duca.
Gli sposi presiedono la sala semi vuota.
Gli attori si preparano a rappresentare La Dodicesima Notte.
Improvvisamente alcuni musici accedono al loggione.
Il Butler si avvicina al Duca e alla Sua sposa.
Palmer The Butler:
“Mio Signore e Signora, ci siamo fortuitamente trovati davanti codesti… ehm… guitti, che provvederanno a fornirVi… ehm… buone melodie mentre Vi disponete per i Vostri piaceri del pràndio… quantunque nella deplorevole assenza dei Vostri ospiti. Dunque, mio Signore e Signora, per il Vostro intrattenimento…”
Sposi:
applausi mosci …
(45 minuti dopo)
I musici hanno appena terminato di suonare.
Gli attori smontano gli apparati di scena.
Due figuri, Frate Donaldo e Ser Giovanni Jacopone, accasciati ad un tavolo ai margini della sala, commentano la rappresentazione appena terminata.
Frate Donaldo da Aberdeen:
Che ora abbiamo fatto? 
La luna incombe e voglia ancor ho di sollazzo.
Portatemi altro vino a mitigar la gola raschia 
e farmi dimenticar la sposa racchia.
E che suono soave e pieno di allegria
proveniva dai menestrelli nella galleria.
 
Ma che avete amico caro? Non siate mogio.
Ve lo leggo nella faccia,
che qualcosa c’è e vi abbacchia!
Ser Giovanni Jacopone Galeacci:
… i me ga roto i cojoni!

Jethro Tull - Minstrel In The Gallery 1975 - frontLA GRANDE PARTE di Donald

Nel 1975 la Swinging London è ormai più che altro un souvenir esposto in una polverosa vetrina di Carnaby Street. Il blues elettrico si è trasformato in Hard Rock e nei suoi molteplici, danarosi o meno, derivati.
Con i soldi l’industria discografica ha inglobato in modo massiccio droga e cafonaggine ma i vessilli di questa industria, gruppi o singoli artisti, non sono ancora del tutto pannolini con la chitarra da vendere al mercato. Però manca pochissimo.
In quell’anno in UK la Thatcher diventa leader dei conservatori, in USA (o meglio in Vietnam) gli USA abbandonano Saigon, mentre Bill Gates trova un tesoro e perde un amico, in Italia gli anni sono di piombo e muore anche Pasolini e, altro crimine anche se minore, la FIAT sospende la produzione delle 500.
Nel resto del mondo le cose proseguono come sempre, fra tragedia e commedia.
In quale misura tutto questo influisca sui singoli musicisti rock è difficile dirlo. Soprattutto per gente che vive come esule fiscale in paradisi esteri tra ville e concerti.
Sicuramente è possibile riscontrare un declino, se non vera e propria stanchezza nella storia personale e artistica di queste persone.
Se l’onda creativa partita nel decennio precedente va esaurendosi e si confonde con la stanchezza fisica di chi è ormai sulla breccia da molti anni, è comunque evidente un maggiore professionismo tra gli operatori del settore (i discografici restano marpioni ma si raffinano nel loro mestiere) e quei musicisti rock davvero talentuosi e con qualcosa da dire riescono a fare arte anche in questo periodo sparti acque. I più sensibili, addirittura, usando questa incertezza come materiale per le loro creazioni.
Tra questi (pochi?) ci sono senza dubbio i Jethro Tull con un lavoro che rispecchia appieno ma in modo trascendente (ossia artistico) il clima, sociale e personale, del periodo in cui viene pubblicato; un album pubblicato da questi “quasi dinosauri” nel 1975 è un prodotto che arriva al capolinea di un pensiero e che non ha neanche l’alibi del “coraggiosi a fare questo in pieno punk”.
Minstrel in the Gallery” (insieme al successivo “Too Old To R’n’R …“) è il loro più controverso lavoro dell’epoca d’oro. E’ il 4° (quasi 5°) album consecutivo fatto con le stesse persone, volute da Anderson e scelte tra i suoi compagniucci di gavetta, detronizzando uno ad uno, album dopo album, quei “tizi” con i quali aveva sfondato nel 1968 in pieno blues boom con il nome Jethro Tull.
Ian Anderson, onesto quanto brutale, o meglio: brutalmente onesto, dopo aver indossato i panni del giullare di corte e, ammantato di “fantastico e mistico”, aver spernacchiato la società rappresentata dai critici musicali (e non), con la mascella dolorante e stanca dalle troppe risate, si toglie la maschera e  scendendo dalla Galleria, racconta l’uomo Anderson.
Minstrel in The Gallery“, in sua buona parte, ritorna al biografico dei primi lavori ma arricchendolo dall’arte e della maturità, musicale e narrativa, acquisita e raffinata nel frattempo. Nell’album Anderson sintetizza e “musicizza” tutti i suoi tormenti, personali e professionali. Le continue tensioni con la critica, il divorzio con la prima moglie, il profilarsi di Shona, l’avvicinarsi dei 30 anni e la conseguente voglia di “diventare grande” con una casa ed una famiglia stabili dopo aver girovagato senza sosta per anni, con il palco come casa e il gruppo come famiglia. E proprio dalle persone del gruppo, sue antiche amicizie e da lui tanto volute a spese di altri, arrivano gli ultimi colpi (eccetto ovviamente Martin Barre, che se un cane ringhioso lo assalisse si scuserebbe col padrone per non essersi scansato in tempo). John Evan comincia a bere, Barrie Barlow si lamenta sempre e in ultimo, a fine anno, Jeffrey Hammond, l’amico tanto voluto, il braccio destro e inspiratore del periodo più “progressivo”, ritorna alla sua amata pittura.
D’altra parte l’arrangiatore, orchestratore e direttore David (non ancora Dee) Palmer, da sempre presente nell’ombra, comincia ad avere il suo meritato credito fino ad ufficializzare da li a poco il suo ruolo nel gruppo.
Ed è proprio nel lavoro di Palmer sugli archi che “Minstrel in the Gallery” mostra le sue migliori qualità, magari facendo storcere il naso ai puristi del rock con accuse tipiche: Pomposità degne di Emerson, Lake and Palmer, pretenziosità di tardo symphonic rock ecc.
Ma la musica eseguita dalle quattro leggiadre musiciste e da Patrick Halling è tutt’altro che pomposa e pretenziosa con partiture che al contrario si incastrano perfettamente con le parti rock (ma sarebbe più esatto dire il contrario stando ai piani originali per l’album), raffinate e discrete. Soprattutto nei momenti solisti che con il loro suono vellutato ci fanno respirare l’atmosfera vittoriana di quella Baker Street letteraria, forse mai esistita, ma di indiscusso e suggestivo impatto emotivo.
Nonostante la non felice produzione e in alcuni momenti la ridotta presenza di un gruppo che suona come tale, anche i detrattori (almeno i più sensibili) saranno costretti ad ammettere che lo spleen di squisito gusto baudeleriano che caratterizza le musiche dell’album, e riflesso dell’umore di quel particolare momento storico e personale,  si esprime soprattutto attraverso questi due elementi: gli archi curati da Palmer e la voce e i testi di Anderson, rendendo l’album unico nel contesto discografico dei Jethro Tull.
Oggi, dopo 40 anni, “Minstrel in The Gallery” è stato riproposto nella sua versione “Grande” in cofanetto di 4 dischi e un libro riccamente illustrato di 80 pagine, sulla scia delle recenti lussuose (ma economiche) edizioni analoghe che Ian Anderson ha deciso di offrire ai numerosi e sempre devoti fan dei Jethro Tull, coadiuvato dall’ottimo Steven Wilson che dopo il lavoro svolto su King Crimson, YES e Hawkwind, da alcuni invero criticato, con il materiale del gruppo omonimo all’agronomo sta facendo invece un vero è proprio scavo archeologico di riscoperta di strumenti sepolti da edizioni precedenti “definitive” ma evidentemente non così definitive. E, come per gli album “A Passion Play” e “Warchild”, anche Minstrel .. nell’epoca del CD è stato riproposto diverse volte. L’ultima versione CD, la remaster del 2002, oltre a darci un album comunque più ripulito delle precedenti versioni, offriva, come gli altri, alcune Bonus Track, anche se non inedite. Due di queste, “March the Mad Scientist” e “Pan Dance”, sono state traslocate nel precedente cofanetto di Warchild Theatre Edition, arricchendone ulteriormente la sua già incredibile sezione di bonus track. Le tracce rimaste (Jacopo le discuterà in maggior dettaglio), si riducono ad una sezione alquanto piccola per una edizione che si definisce “Grande”.
Il reparto video continua ad essere il punto debole di questi cofanetti e qui abbiamo praticamente solo il famoso video del brano “Minstrel in The Gallery” del concerto di Parigi 1975, quello con Jeffrey Hammond che saltella con un vestito zebrato. Considerando la mole di footage archiviata su di loro in tutti questi decenni e del quale ben sappiamo essere Anderson in possesso, beh, è decisamente troppo poco.
Compensa, almeno, la ripulitura di gran parte di quello storico concerto parigino che con questo cofanetto riceve finalmente l’investitura di disco live ufficiale.
Qualche considerazione sulla copertina
Apparentemente rientrerebbe nel novero delle poche copertine dei Jethro Tull prive della faccia barbuta, fotografata o disegnata, del flautista scozzese. A guardare meglio, non è così.
Una delle prime cose che balza alla mente, passando per l’occhio, è che non si tratta di un lavoro originale essendo un dipinto del pittore Joseph Nash risalente al 1838 “Twelth Night Revels in the Great Hall, Haddon Hall. Derbyshire”, scelto e non fatto appositamente dal dipartimento artistico della Chrysalis records,  ritoccando qualcosa per adattarlo,  ossia, mostrarne un “Grande” parziale in bianco e nero, aggiungerci le scritte grafiche del titolo dell’album e del nome del gruppo e modificare i Menestrelli nel Loggione.
Si può facilmente immaginare l’espressione contenta e soddisfatta dell’impiegato dell’etichetta per la fortunata genialata, pensando alla frase “menestrello nel loggione”, di aver trovato un dipinto medievaleggiante, raffigurante dei “menestrelli suonare in un loggione, guardare in basso i volti sorridenti”, e quando dopo qualche secondo (o minuto) essersi accorto anche della bizzarra figura al centro dell’immagine (un costume di scena della rappresentazione teatrale della “Dodicesima Notte”) a questo punto deve esser corso entusiasta fino alle scrivanie di Terry Ellis e di Chris Wright.
Ma in realtà si tratta di una scelta insolita per un gruppo come i Jethro Tull e la sua etichetta storica, di norma abituati ad una cura attenta della grafica dei loro dischi, cura spesso sottovalutata dai critici ma in realtà meritevole di uno studio a parte (e magari un giorno, sulle analisi delle copertine dei Jethro Tull ci potremo fare un articolo).
La scelta di questo dipinto per “rivestire” l’album è stata molto criticata da Ian Anderson e concordiamo che la foto del retro copertina, ammiccante il dipinto del fronte copertina, sarebbe stata una scelta più adatta.
La grafica di un album musicale è un elemento importante (a parte quelle dello studio Hipgnosis) come parte integrante del prodotto artistico nel suo insieme e come “biglietto da visita” a uso di presentazione commerciale del prodotto.
La scelta del dipinto di Nash per l’album Minstrel in The Gallery, traspone e sintetizza in grafica, l’essenza stessa dell’album e le sue particolari caratteristiche.
Artisticamente di alto livello, all’atto pratico inadatto e fallimentare.
 Jethro Tull - Minstrel In The Gallery 1975 - back

LA GRANDE PARTE di Jacopo

Amare gli stessi gruppi non significa necessariamente avere gli stessi gusti musicali. Basta confrontare la mia opinione su “Minstrel in The Gallery”, l’ottavo album in studio dei Jethro Tull, con quella di Donald. Stiamo entrambi descrivendo la stessa musica, gli stessi solchi e le stesse performance, eppure vediamo tutti e due il disco da due angolazioni diverse: perfettamente sensate e coerenti, seppur opposte. Tutto ciò che avevo da dire riguardo ai singoli brani lo potete trovare nella conversazione tra me e Donald presente in questo articolo. Mi limito ad aggiungere che, comunque, questa nuova edizione ha senza dubbio migliorato le cose: uno dei problemi più grandi di questo disco, a mio parere, era senza dubbio la produzione melmosa e un po’ confusa che, associata al mood eccessivamente introspettivo e poco umoristico, faceva sì che tutto il disco mi stridesse, paragonato ai precedenti. Fortunatamente l’album è stato “solo” prodotto in maniera non all’altezza, ma è stato registrato bene, per cui questo nuovo remix è in grado di dargli una nuova luce e di piazzarlo, se non altro, in un contesto sonoro più familiare. Questo influisce non poco sulla musica e, sebbene considerando l’intera discografia, questo disco abbia lo stesso ruolo che aveva prima, sicuramente riesco a godermelo e ad apprezzarlo di più.
Veniamo alle bonus track, ancora una volta molto interessanti, per collezionisti e non. Oltre all’obbligatoria “Summerday Sands”, la B-side di “Minstrel in the Gallery”Steven Wilson ci regala anche qualche alternate take. La “early version” di “Requiem” è senza dubbio la più interessante, visto che presenta un arrangiamento radicalmente diverso rispetto a quello definitivo. Secondo Anderson e Barre, la versione minimalista che si è deciso di usare in futuro era più a tema con lo spirito del disco, ma, sicuramente, quella precedente rispecchia di più le sonorità dei Jethro Tull di metà anni ’70. Le due “alternative” successive sono meno inconsuete, ma hanno comunque il loro fascino. La versione nuda di “One White Duck” ci consente di capire quanto fossero importanti gli archi nel brano, pur avendo già una dimensione articolata di suo: quasi certamente, avremmo comunque amato questo pezzo. “Grace” è ancora in stadio preliminare, con l’ordine dei versi non ancora ben stabilito. Forse è l’abitudine di averla ascoltata per anni nella sua versione definitiva, ma è incredibile quanto suoni “sbagliata” all’orecchio, anche metricamente. I tre brani BBC erano già conosciuti ai collezionisti, ma non in questa qualità e, comunque, la loro pubblicazione ufficiale era richiesta da molto tempo. Si tratta di una session un po’ atipica perché non è stata incisa negli studi della Beeb, bensì negli stessi in cui i Jethro Tull stavano incidendo il loro LP, il 7 Giugno 1975. La session originale andò in onda per la prima volta il 5 Ottobre dello stesso anno, all’interno del programma “Sounds on Sunday” e comprendeva la title-track,  “Requiem”“Aqualung” “Cold Wind to Valhalla”. Per molto tempo si pensava che le versioni di questi brani fossero basate sulle take ufficiali, ma ricerche esaustive e attenti ascolti hanno rivelato che questo non è il caso e che si tratta di nuove esibizioni. Il che la dice lunga sulla capacità dei Jethro Tull di riprodurre dal vivo alla lettera gli album. L’unica eccezione è “Requiem”, incisa lo stesso giorno, ma esattamente la stessa versione finita su album. Questo cofanetto presenta le tre tracce rimanenti in qualità audio cristallina, escludendo però le divertenti introduzioni di Ian Anderson tra un brano e l’altro andate in onda nella session originale.
Il secondo CD, invece, ci presenta un concerto dal vivo al Palais des Sports di Parigi il 5 Luglio 1975, l’unica esibizione dei Jethro Tull incisa professionalmente dal 1971 al 1976. Anche così, comunque, è stato fatto un lavoro approssimativo: quando i gruppi famosi registravano professionalmente i loro concerti, solitamente usavano due macchine. Si faceva partire la seconda verso la fine del nastro contenuto nella prima, in modo da non perdere nemmeno un secondo di esibizione, andando avanti così alternando le due macchine per il resto della esibizione. Non è stato il caso per la registrazione di questo concerto e, di conseguenza, alcuni brani sul multitraccia originale finirono mozzati. Come se non bastasse, mancano circa 20 minuti di concerto a metà perché il nastro che li conteneva sembra essere svanito nel nulla.  L’esibizione venne anche ripresa con l’idea di farne un film concerto e, in effetti, il giorno successivo (il 6 Luglio), i Jethro Tull tornarono al Palais des Sports, questa volta senza un pubblico, per fare qualche ripresa “tampone” e registrare versioni complete dei brani mozzati sul multitraccia. Sfortunatamente, l’esibizione venne, molto probabilmente, giudicata non altezza da Ian Anderson e quindi venne accantonata, a parte un promo video della title-track di “Minstrel in the Gallery”. Se i multitraccia audio sono in gran parte sopravvissuti fino ad oggi, i nastri video, originariamente catalogati negli archivi della EMI, sono stati, con tutta probabilità riutilizzati, mandando così in fumo quello che sarebbe stato uno dei tesori più preziosi per i fan dei Jethro Tull. Per quanto riguarda l’esibizione, Anderson sembra avere qualche problema di voce che si porta avanti man mano che il concerto va avanti ma, a parte questo, si tratta di una bellissima testimonianza di uno dei migliori periodi dal vivo del gruppo. Semplicemente superbe le versioni di “Critique Oblique”“My God” e “Back-door Angels”, con la sezione ritmica Barlow/Hammond-Hammond che dà il meglio di sé. Il CD contiene anche la prima pubblicazione ufficiale di “Hard Headed English General” un brano eseguito dal vivo durante la coda di “Locomotive Breath” dal 1971 al 1976, ma mai inciso in studio o pubblicato in un album. Dal punto di vista del sonoro, il chitarrista e tecnico Jakko Jakszyk, che ha lavorato al live, ha fatto decisamente una buona operazione di ripulitura e di mixaggio, dando l’impressione di trovarci davanti ad un prodotto coeso e compatto cosa che, a detta di Ian Anderson, sembrava impossibile basandosi solo sui multitraccia originali. Per chi fosse curioso di sapere quali fossero le scalette integrali di questa parte del tour, ne elenchiamo una tipica. I brani in corsivo non sono presenti ne “La Grande Édition”:
  • Wind-Up
  • Critique Oblique
  • Thick As A Brick
  • Wond’ring Aloud
  • My God (incl. flute solo/Living in the Past)
  • Cross-Eyed Mary
  • Minstrel In The Gallery
  • Skating Away (On The Thin Ice of a New Day)
  • Guitar Instrumental
  • Ladies
  • Drum solo
  • WarChild
  • ‘WarChild Suite’ (piano & strings)
  • SeaLion
  • Bungle In The Jungle
  • Aqualung
  • Guitar Solo
  • Back-Door Angels
  • Locomotive Breath/Hard-Headed English General/Back-Door Angels (reprise)

 

Il blocco centrale assente faceva sicuramente parte del nastro perduto, mentre possiamo presumere che questa versione di Thick as a Brick sia stata esclusa perché mozzata nel multitraccia o perché i responsabili di questa edizione volevano che la pubblicazione ufficiale di questo concerto fosse limitata ad un CD singolo; in effetti, così com’è, dura 77 minuti.

Jethro Tull - Live 1975

 

In definitiva si tratta di un cofanetto eccellente, in grado di suscitare interesse e gioia anche a coloro, come il sottoscritto, che non apprezzano particolarmente “Minstrel in the Gallery”. Oltre ai 2 CD, questa “La Grande Édition” contiene anche due DVD audio con i mixaggi in 5.1 e il promo dal vivo di “Minstrel in the Gallery” e, come al solito, un eccellente booklet di 80 pagine contenenti analisi, foto inedite e racconti dei musicisti e dei tecnici del suono presenti all’epoca. Il prezzo, considerato tutto ciò che contiene, è molto più che abbordabile, aggirandosi intorno ai 25 euro. Insomma, davvero volete altri motivi per procurarvelo?

 

Donald e Jacopo LA GRANDE chiacchierata

Two Boys in a Pub

Jethro Tull – “Minstrel In The Gallery”

Lato A
Minstrel in the Gallery
Donald:
E’ il brano che mi piace meno dell’album.
Il suo maggior fascino, innegabilmente è nella prima parte, “d’ambientazione”.
La terza parte trovo sia buon rock ma un poco “semplice”.
Curiosamente l’incipit da Menestrello è molto JT ma è quasi solista e introduce anche bene la caratteristica dell’album. L’album di Ian Anderson con back group i Jethro Tull.
Jacopo:
Buffo come, per quanto riguarda questo album, non riusciamo a trovarci d’accordo nemmeno quando ci piacciono le stesse cose. Per quanto mi riguarda, questo è il pezzo migliore dell’album ed è l’unico che metterei tra i classici dei Jethro Tull. L’introduzione acustica si sposa perfettamente col titolo e la sezione centrale (composta da Martin Barre, il cui credit non è stato incluso in tutte le edizioni del disco) è un perfetto momento di transizione e consente alla sezione ritmica di far vedere di cos’è capace. La parte finale del pezzo è un rock potente ed incisivo. Non apprezzo particolarmente la voce di Anderson in questo album, probabilmente era un po’ esausta dai vari tour precedenti, ma in questo brano trovo che abbia usato un’intonazione ed un’intenzione perfetti. Un classico che si merita di essere un classico.
Donald:
Mi piace molto la versione di Bursting Out, anche se purtroppo manca della sezione centrale con Barre, Barlow e Hammond (o Glascock) sugli scudi.
Invece sono perfettamente d’accordo su quanto dici in merito all’introduzione come perfetta presentazione del titolo dell’album e di cosa rappresenta.
La versione album è suonata molto bene ma la trovo, semplice.
Che non è necessariamente un difetto. Solo che dopo il primo refrain ripete la marcetta (di cui nel libro del box Hammond se ne assume la paternità) e poi ripete fino al fade. Ecco, mi piace meno quando i finali sfumano.
Jacopo:
Curioso che tu citi il finale. “Minstrel in Gallery” ha avuto un finale diverso live per ogni tour in cui è stata eseguita. Sembra che non ne abbiano mai trovato uno che li soddisfaceva al 100%. Quello su “Bursting Out” funziona abbastanza bene, anche se è un po’ slegato al resto del pezzo.
Cold Wind to Valhalla
Jacopo:
Non è una che mi piace particolarmente. L’introduzione acustica promette qualcosa di grandioso che poi di fatto… non arriva. L’entrata di gruppo mi sembra più un anticlimax che un qualcosa che fa esplodere il brano. Sarebbe stato molto meglio continuare sulla falsariga dell’inizio. Anderson stesso sembra concordare sul libretto, quantomeno riguardo all’entrata. Il ritornello (“Cold Wind to Vall-haaa-llaaa”) mi irrita pure un pochino. La sezione ritmica è ottima, comunque: Barriemore Barlow esegue uno dei suoi pattern di batteria più creativi. Avrei preferito che Barre non avesse usato lo slide. Non è un brutto pezzo, ma, a mio avviso, nemmeno uno particolarmente memorabile e avrebbe potuto essere meglio.
Donald:
Trovo il brano un singolo migliore del precedente.
All’epoca del primo ascolto l’intro acustico mi diede l’impressione di voler scimmiottare l’intro del brano precedente. All’epoca il mio pensiero in quel momento (poi fortunatamente subito smentito) è che fosse lo stile del disco.
Vedila dal punto di vista opposto. E’ l’introduzione acustica ad essere un anticlimax rispetto al resto del brano, che trovo essere un rock compatto e accattivante. Intesi non è un brano che metto nella mia top 10 del gruppo ma non mi ha mai dato molto fastidio ascoltarlo, anzi.
Jacopo:
Purtroppo, non riesco a vederla nell’altro modo: la prima parte mi piace parecchio (e mi dà immagini di navi vichinghe, freddo e Thor), la seconda… no. Non la trovo nemmeno particolarmente accattivante: senza introduzione sarebbe un pezzo su cui non avrei molto da dire. La prima parte serve anche a mostrarmi le capacità (non realizzate) del pezzo.
Donald:
I violini, che dal punto di vista della scaletta del disco, qui fanno la loro prima apparizione, trovo diano una bella atmosfera tesa durante le strofe. Poi si, nei pezzi successivi faranno di meglio.
Ecco, quello che trovo di negativo nel pezzo, ma è un problema non imputabile alla composizione e che ritroviamo in tutto il disco, riguarda la cattiva produzione e l’effetto pastone soprattutto nell’inciso.
BLACK SATIN DANCER
Donald:
Pezzo difficile. E i problemi di produzione che dicevo poco sopra, non aiutano.
Richiede tempo per apprezzarlo, soprattutto la parte centrale ma poi una volta assimilato il brano mi ha conquistato.
Jacopo:
“Black Satin Dancer” è esattamente ciò a cui mi riferisco quando dico che questo album ha dei problemi seri di arrangiamento. Individualmente, le varie parti del brano sono di buon livello: c’è una buona melodia vocale, un assolo di chitarra molto commovente, una sezione centrale nella quale tutti fanno vedere di cosa sono capaci… ma non trovo che si uniscano bene insieme. Un momento particolarmente esplicativo è la transizione tra la parte principale e il break centrale. Trovo il modo in cui si uniscono molto goffo, con il tempo che accellera. La stessa sezione centrale avrebbe funzionato meglio come strumentale, a mio avviso. La mia impressione è che volessero fare un pezzo sulla falsariga di “Back-door Angels” (all’epoca un classico dal vivo), ma trovo il brano di “Warchild” di gran lunga superiore, come scrittura ed arrangiamento, forse anche per la sua relativa semplicità, comparandola a “Black Satin Dancer” almeno.
Donald:
Inaudito. Sono perfettamente d’accordo con te su tutto (riguardo al solo brano, non esageriamo).
per completezza di riflessione vorrei ricordare un commento di Anderson (Ciao 2001?) su Black Satin Dancer, riguardo al fatto che (dice lui) poteva essere tranquillamente un brano dei Led Zeppelin, magari con un riff migliore.
Hai qualche commento da fare in merito ?
Jacopo:
Sì: ho da commentare che è una stronzata. Si tratta chiaramente di un pezzo nello stile dei Jethro Tull, avrebbero solo dovuto lavorarci sopra un po’ più a lungo. Non penso che gli Zeppelin se ne sarebbero fatti molto di questo pezzo. Sembra di più una delle esternazioni di Ian Anderson un po’ controverse fatte un po’ per provocare ma che non credo vadano prese sul serio del tutto.
REQUIEM
Donald:
Anche qui, fin dai primi ascolti e da conversazione con altri, si è sempre avuta l’impressione che da questo brano cominci un altro album. Sicuramente, dopo tre brani “rock”, inizia la parte più acustica, intimista e “solista” del disco che proseguirà nel secondo lato.
Eppure il brano è dal punto di vista testuale la continuazione del precedente.
In Black Satin Dancer si descriveva … ehmm .. l’incontro. Qui si descrive lo stato d’animo di Anderson dopo che lei se ne è andata.
Anche Requiem non è nella mia top 10 ma non mi dispiace affatto anche se devo imputare soprattutto agli archi il fascino che mi suscita.
Jacopo:
“Requiem” è senza dubbio il brano che mi piace di meno, escludendo “Grace”. Ha una bella atmosfera, ma ci si ferma qua. La melodia vocale (definita da Martin Barre e da Ian Anderson come qualcosa di bellissimo) è quasi inesistente, per quanto mi riguarda. Arrangiamento d’archi funzionale alla musica e, a questo proposito, questo è uno dei brani in cui questo nuovo mix ci guadagna: nell’originale diventavano pesanti verso il finale, qua stanno esattamente dove devono stare e l’effetto è senza dubbio migliore. Non mi piace per niente la voce in questo pezzo. In ogni caso, preferisco di gran lunga l’outtake incluso come bonus track in questo disco, anche se, capendo le intenzioni del brano, si intuisce perché non sia stato utilizzato. John Evans esegue una parte molto Bachiana, che ricorda allo stesso tempo la versione live di “Wond’ring Aloud” e la futura “Elegy” di mr(s). Palmer. Uno dei pochi momenti, “Black Satin Dancer” a parte, in cui il pianista avrebbe avuto uno suo spazio. Peccato! Nel secondo arrangiamento più intimista ci sarebbe stato comunque posto anche per lui. Tornando al pezzo com’è finito su disco, lo giudico un sottofondo musicale decente, ma nulla più.
Donald:
Si sapeva giù da tempo di una versione primordiale del brano ma si pensava fosse più lunga e diversa di quella poi contenuta come bonus nel cofanetto “La Grande”. Possibile leggenda urbana.
Hai anticipato un aspetto del disco di cui avremo senz’altro modo di discutere tra poco quando arriveremo alla suite. La poca presenza di tastiere.
Lato B:
“One White Duck / 010 = Nothing at All”  
Donald:
E qui, sia che lo consideriamo come un unico brano bifronte oppure come due brani separati, siamo, per me, nelle vette dell’album e mi permetto di dire tra quelle dei Jethro Tull tutti.
Anche se i JT come gruppo praticamente non ci sono.
Jacopo:
Senza dubbio la traccia acustica migliore dell’album. Sono due brani opposti? Due facce dello stesso brano o entrambe le cose? “One White Duck” ha un’atmosfera malinconica, ma molto serena. Anderson è accompagnato da Hammond-Hammond al contrabbasso e dal quartetto d’archi, che rendono più pregevole il tutto. Ritornello dolce, ma non saccarino. “010 = Nothing at All” rappresenta essenzialmente l’opposto, ed è certamente un brano acustico atipico per i canoni dei Jethro Tull, perlomeno dal punto di vista melodico. Interessante la contrapposizione tra i due pezzi, probabilmente un’aggiunta dell’ultimo minuto: a quanto si dice dal libretto, “010 = Nothing at All” è stata incisa in una take sola sul master tape originale cancellando le take successive di “One White Duck”. Cotto e mangiato. L’unica critica che ho da muovere verso questo (questi due) brano (brani) è che, posizionato lì dov’è, non mi ha inizialmente colpito più di tanto, trovandosi dopo tre pezzi che, fondamentalmente, non apprezzo. La sua inclusione in altre compilation mi ha fatto vedere la luce e, comunque, bisogna tenere conto che l’impatto di averlo come primo brano di una facciata è sicuramente diverso rispetto all’averlo in successione a “Requiem”.
Donald:
La compilazione di una scaletta di un album musicale è un’arte” a se.
Le generazioni nate nell’epoca del CD sentono in misura minore questo problema (seppur esistente in altre forme).
“Baker St. Muse”
a)  “Pig-Me and the Whore”
b)  “Nice Little Tune”
c)  “Crash Barrier Waltzer”
d)  “Mother England Reverie”  
Donald:
E arriviamo al piatto forte.
Nel box è stata suddivisa come tracce selezionabili nelle sue rispettive parti, anche se la suite non è lunga. Close to the Edge degli YES o Valentine Suite dei Colosseum (tanto per citare due classicissimi delle suite prog) non durano tanto di più.
A tal proposito penso che addirittura manchi qualcosa, 1 o 2 minuti soltanto magari, verso la fine, tra Mother England e la reprise del tema iniziale nel gran finale.
Jacopo:
La scomposizione in tracce la vedo più come una scelta (azzeccatissima) dovuta ai vari temi propositi, più che alla durata del pezzo in sé. Volendo, potremmo dividere in tracce anche “Happiness is a Warm Gun” dei Beatles, che dura 2:45, mentre un qualsiasi brano da “Bitches Brew” di Miles Davis non si presterebbe bene.
Donald:
In altre sedi abbiamo già analizzato il discorso “suite e qui sarebbe fuori luogo rifarlo.
Proviamo comunque ad analizzare la suite nelle sue distinte parti, approfittando di questa suddivisione nel CD, così forse capirò meglio cosa e perché non ti piace di Baker Street che io invece considero un capolavoro. Posto che per alcuni difetti strutturali sono d’accordo con te e tra poco li vedremo.
Tolto le sotto tracce da A fino a C e gran parte di D, Baker Street è un brano di struttura  tradizionale. Una canzone, strofa ritornello, strofa ritornello, inciso, strofa (reprise), Ritornello e finale. Solo che questo “inciso (da a A a D) è molto lungo.
Le sezioni d’archi (che credo ormai si sia capito che in questo album mi piacciono particolarmente) qui raggiungono vette qualitative altissime.
Dal punto di vista del testo la suite è quella più chiaramente biografica di tutto l’album (nel modo spleen e maturo di cui parlo nell’introduzione a questo nostro articolo).
Jacopo:
Dire che non mi piace “Baker Street Muse” non è corretto. Penso comunque che sia una delle cose migliori dell’album, dopo la title-track. Il fatto è che qua ci sento i problemi di arrangiamento di cui parlavo prima. La carne al fuoco qua è molta, quindi ci sono comunque delle parti che vale la pena ascoltare. A livello generale (poi vedremo nello specifico), le varie sezioni, magari complete e interessanti in sé, non si uniscono in maniera così fluida e scorrevole come in “Thick as a Brick” e in (gran parte di) “A Passion Play”. Questo vale più che altro per gli otto minuti finali: a dire il vero, la prima parte della suite è abbastanza compatta.
Donald:
Come scrivevo poco fa, volevo evitare di ritornare su discorsi fatti in altre sedi ma sono costretto un poco a farlo, e comunque siamo perfettamente in tema.
Thick As A Brick e A Passion Play non sono suite nella sua definizione più classica.
La suite “tipica” ha delle suddivisioni in movimenti che posso anche essere (e il più delle volte lo sono) ben distinte fra di loro.
Detto questo, siamo d’accordo che tra i grandi meriti delle due suite per eccellenza dei Jethro Tull ci sia la fluidità (più in TAAB che in APP) ma la mancanza di questa fluidità non è a mio parere l’aspetto più negativo della suite. Anzi, avrei da ridire anche sul fatto che poi questa fluidità manchi. C’è, comunque una tematica testuale coerente. In fondo si tratta di una serie di spaccati della vita quotidiana di Anderson quando viveva a Londra. La vita è multiforme e la vita in una grande città è caotica e soprattutto anche incoerente e contrastante.
Jacopo:
Tutto quello che dici è essenzialmente corretto, ma nota che ti stai riferendo al lato lirico più che quello musicale. Chiaramente, in un pezzo come “Baker Street Muse”, il testo DEVE avere la sua importanza, ma i Jethro Tull non sono un ensemble che lascia la musica in secondo piano. Il momento preciso in cui la suite sembra perdere unità inizia precisamente da “Crash Barrier Waltzer”. Da quel momento in poi, i movimenti successivi (reprise compresa) sembrano incollati tra di loro, più che fluidi. Anche per questo ritengo che la scomposizione in tracce abbia beneficiato non poco alla suite.
Donald:
Capisco quello che intendi. Essendo le prime parti tra loro più fluide il resto che lo è meno stride un poco. Ma, oltre alle osservazioni che ho fatto prima riguardo ai movimenti della suite, penso che il problema maggiore cominci con “Mother England Reverie” fino al (qui davvero) brusco stacco con la ripresa del tema principale e non da “Crash Barrier Waltzer”, o per lo meno lo stacco tra quest’ultimo brano e la sezione successiva è mitigato da una breve sezione strumentale molto graziosa.
Jacopo:
io mi accontenterei che “Mother England Reverie” avesse una struttura più dilatata. Si tratta di una delle melodie migliori di tutto l’album, lì dov’è è un po’ sacrificabile. Concordo che quella reprise lì sia il momento meno strutturato della suite. Se posso dare una nota pedante: il finale stesso (prima del leggendario “I can’t get out”, sul quale torneremo più tardi) non mi piace per niente. Molto brusco e poco efficace, quasi raffazzonato all’ultimo secondo, e poco in spirito con quanto è venuto prima. Ma sono pochi secondi, li si sopporta facilmente.
Donald:
Finale un poco pomposo rispetto al resto.
Accennavo prima al fatto che la suite sembra mancare di uno o due minuti, almeno, proprio in quella parte di stacco tra “Mother England Reverie” e la ripresa del tema principale per il “gran finale”.
Motivi di spazio ?
Forse se avessero rinunciato a “Requiem” e messo “One White Duck / 010 = Nothing at All” alla fine del primo lato, avremmo avuto una suite “da lato completo” più tipica e risolto l’imbarazzo dell’ultima parte della suite.
Jacopo:
Avrei rinunciato più volentieri a quello strumming interminabile tra “Crash Barrier Waltzer” e “Mother England Reverie”: non ci sarebbe nemmeno stato bisogno di tagliare nessun brano!
Donald:
(continuando col fantaalbum)
Oppure trasformare “Mother England Reverie” in un brano a se stante, fuori dalla suite.
Jacopo:
Oppure. Ma a quel punto, per quanto pregevole, sarebbe ridondante: perché “Mother England Reverie” parla di cose legate a Baker Street stando fuori dalla suite?
La verità è che Anderson l’ha scritta appositamente come un momento di transizione per arrivare al finale. Avrebbe dovuto farla meno bella!
Donald:
Bastava usare un testo diverso sulle partiture del brano.
Oppure avrebbe dovuto curare meglio quella parte della suite.
Jacopo:
Oppure. Ma ormai sono passati 40 anni… non credo le farà mai fare una premiere live, figuriamoci ristrutturarla un po’.
Donald:
La parte che ti piace di meno è il “Gran Finale” e siamo anche d’accordo.
Ma qual’è la parte che ti piace di più ?
Jacopo:
“Mother England Reverie” stessa, melodicamente. Altrimenti, i primi 8 minuti. “Pig-Me and the Whore” in particolare, sembra essere uscita dagli Chateau D’Isaster Tapes e ha quello humour Andersoniano che tanto mi mancava nel resto dell’album.
A proposito di humour… secondo il sito cupofwonder (ora offline, spero solo temporaneamente) l'”I can’t get out” finale simboleggerebbe l’impossibilità di Ian Anderson di uscire dal mondo che ha descritto nella suite. Mi ricorda un po’ quella vecchia barzelletta dove un autore letterario, all’interno di un racconto, descrive delle tende come blu scure. I critici subito si scervellano: il blu scuro simboleggia la tristezza, la depressione, la fine dell’infanzia… Alla fine, siccome non ne vengono a capo, gli chiedono cosa volesse dire. L’autore risponde: “che le tende erano di colore blu scuro”. Per come la vedo io, è una semplice gag simpatica, Inglese, per spezzare un po’ la tensione e per ricollegarsi agli altri elementi parlati del disco e solo casualmente può avere anche il senso che gli attribuisce cupofwonder. Se però erano davvero quelle le intenzioni di Anderson… beh è stato terribilmente pomposo!
Donald:
Mi hai fatto venire in mente un’intervista ad Anderson su Ciao 2001 (questa volta lo ricordo con sicurezza), nel periodo di Catfish Rising.
L’intervistatore (che si da le risposte nella domanda) fa tutta una sua elucubrazione sul significato recondito del testo di “Occasional Demons”.
Risposta di Anderson: ah .. è questo che dice il testo ?
Personalmente l’ho sempre presa come uno sketch per stemperare l’atmosfera, come il “a Santaclà .. e passa sta’bottiglia” alla fine di A “Christmas Song”.
Jacopo:
Calzante a pennello.
Comunque, con tutti i suoi difetti, la suite contiene almeno una perla di arrangiamento: l’assolo di Martin Barre. Iniziano due sovraincisioni apparentemente non in linea tra di loro, come due tracce fatte partire contemporaneamente… fino a quando non si congiungono facendo delle linee in unisono. Vorrei che ci fossero altre genialate del genere nel disco, ma scarseggiano.
GRACE
Donald:
Il sole. L’uccellino. Il proprio amore. La colazione.
Un microuniverso armoniosamente sintetizzato e che non manca della steccata cinica finale tipica di Anderson. E il tutto in 33 secondi.
Jacopo:
Non mi piace e non la capisco. O meglio, capisco il significato, non capisco il suo appeal, né musicalmente né liricamente. Anderson pare amarla particolarmente, dicendo che in meno di 40 secondi offre un messaggio profondo. A mio parere, ha fatto e detto cose più interessanti, usando più e meno di 40 secondi. Ma se a lui piace così ancora tanto dopo 40 anni bene così, significa che è riuscito a fare esattamente quello che voleva.
Donald:
A questo punto, fortuna per te che dura solo 33 secondi.
SUMMERDAY SANDS
Donald:
Non appartiene all’album ma è senz’altro un’ottima B side di un 45 giri.
Ero affezionato alla vecchia versione CD quella del cofanetto dei 20 anni, imbottita di riverberi. Rendeva bene l’atmosfera “balneare” del testo.
Wilson qui ha fatto senza dubbio un bel lavoro, come tutto il resto, ma la trovo troppo secca e le pelli di Barlow troppo potenti per un brano sottile come la sabbia.
Jacopo:
Nel libretto Ian Anderson dice che ogni volta che ascolta questo pezzo parte pensando che sia bellissimo e finisce per esserne irritato perché non è un brano nel suo stile. Sono d’accordo, benché la reputi un brano delizioso e che preferisco a molti del disco. Difficilmente la vedo adatta a qualsiasi altra cosa che non sia una B-side. Qua la slide di Martin mi piace parecchio, così come la parte di basso del buon vecchio Jeffrey. Questo nuovo mixaggio più chiaro e nitido mi piace di più.

LA PICCOLA versione della recensione:

Jacopo:
“è slegato da tutto il resto e mi fa venire il magone”
Donald:
“… i violini … i violini”
 Jethro Tull - Minstrel In The Gallery - La Grande Edition
MINSTREL IN THE GALLERY 
40th Anniversary La Grande Edition
Original album plus seven bonus tracks (six previously unreleased), two mixed to 5.1 surround, and all to stereo by Steven Wilson
Disc One – New Steven Wilson Stereo Remix:
1. Minstrel In The Gallery
2. Cold Wind To Valhalla
3. Black Satin Dancer
4. Requiem
5. One White Duck / 010 = Nothing At All
6. Baker St. Muse
7. Baker St. Muse – Pig-Me And The Whore
8. Baker St. Muse – Nice Little Tune
9. Baker St. Muse – Crash-Barrier Waltzer
10. Baker St. Muse – Mother England Reverie
11. Grace
12. Summerday Sands
13. Requiem (Version 1)*
14. One White Duck (Take 5)*
15. Grace (Take 2)*
16. Minstrel In The Gallery (BBC version)*
17. Cold Wind To Valhalla (BBC version)*
18. Aqualung (BBC version)*
Disc Two – Live at The Palais Des Sports, Paris, July 5, 1975 (A Jakko Jakszyk Stereo  Mix):
1. Introduction (The Beach Part 11)
2. Wind Up
3. Critique Oblique
4. Wond’ring Aloud
5. My God
a. Flute Solo Including: God Rest Ye Merry Gentlemen/Bouree/Quartet
b. Living In The Past
c. My God (Reprise)
6. Cross-Eyed Mary
7. Minstrel In The Gallery
8. Skating Away On The Thin Ice Of The New Day
9. Bungle In The Jungle
10. Aqualung
11. Guitar Improvisation
12. Back-Door Angels
13. Locomotive Breath with improvisation and including Hard Headed English General and Back-Door Angels (Reprise)
* Previously Unreleased
The DVDs will feature the DTS & DD 5.1 surround mixes as well as the 96/24 PCM stereo mix and and an eight and half minute film of the band recorded in Paris on 6th July 1975.

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