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Recensione di Judas Priest – “Angel Of Retribution”

Sapevamo tutti che prima o poi sarebbe successo. Halford non poteva rimanere fuori dai Priest. In questa band c’è la sua storia ed il buon Rob è senza dubbio uno degli elementi che più hanno contribuito a forgiarne il sound ed a decretarne il successo. Senza contare, immagino, un maggior ritorno economico per entrambe le parti… Quale che sia la motivazione le aspettative per “Angel of retribution” erano le più varie; chi pensava già ad un seguito di Painkiller, altri invece che il ritorno del “vecchio” frontman al posto dell’ energico e bravo Tim “Ripper” Owens potesse essere solo un’operazione d’ immagine che però avrebbe danneggiato la musica della band.
Si dice che spesso la verità sia nel mezzo e forse questa volta non è del tutto falso. Per fortuna la seconda opzione è stata bella e smentita ma bisogna dire che purtroppo non ci troviamo di fronte ad un capolavoro assoluto, soprattutto se paragonato a pilastri del genere quali “Sad wings of destiny”, “British Steel”, “Defenders of the faith”, “Painkiller” ecc…
“Angel of retribution” inizia nel modo migliore sparando subito uno dei pezzi forti dell’album: la potenza di “Judas rising” esplode dagli amplificatori ed esalta con un muro di suono impenetrabile ed un andamento epico e solenne, mentre un Halford stentoreo pennella immagini da apocalisse. Certo gli acuti non sono neanche lontanamente quelli cristallini di un tempo, anzi sono persino “striduli” ma nel contesto del disco sono decisamente espressivi e ben più che apprezzabili. Senza dubbio un’ opener strepitosa. La successiva “Deal with the devil” suona più come un ibrido tra i Judas priest dei primi anni ottanta e quelli attuali ed il risultato è un altra grande song da headbanging garantito. Una intro di basso, che stando al produttore Roy Z proverrebbe direttamente da una cassetta registrata negli anni settanta, introduce il singolo “Revolution” dove non a caso rifanno la comparsa influenze di quegli anni soprattutto nelle linee vocali di Halford che in coda al brano sembra si diverta a fare il verso a Robert Plant. “Revolution” scorre lasciando una buona impressione ma senza particolari sussulti, forse anche per colpa del riff già sentito in “Mountain song” dei Jane’s Addiction… Con “Worth fighting for” arriviamo a quello che considero il brano capolavoro del disco. Caso vuole che sia anche il brano più semplicemente “rock” dello stesso, quasi una power ballad solo mascherata dal suono delle chitarre elettriche. In fin dei conti è una canzone d’amore come solo i rocker sanno scriverle. Una semplicissima introduzione di basso e batteria fa da sostegno ad un Halford ispiratissimo mentre le chitarre colorano con accordi aperti crescendo minuto dopo minuto fino ad arrivare ad un bel solo dalle tinte blues che sfuma mentre la voce intona ”Night road leads me to a town of ghosts beckoned by the glow of kerosene and tumbleweed”. Un verso che da solo da un’idea della canzone. Non mi stupisce che l’ispirazione per il pezzo sia venuta dal deserto. Un brano che avrò ascoltato centinaia di volte ed ancora mi fa venire la pelle d’oca…
Avvicinandoci al centro dell’album si entra in zona filler. “Demonizer” è un brano reboante che sin dall’ inizio incendiario si rivela uno dei brani più aggressivi del disco. Sembra quasi rifarsi al periodo di Jugulator, tuttavia, pur lasciandosi ascoltare più che con piacere fatica a rimanere impressa. Discorso simile per “Wheels of fire” anche se questa volta siamo in territori più classici e rockeggianti, ma come per la precedente manca un guizzo che le permetta di distinguersi da una miriade di altri brani. Intendiamoci, di certo non sono canzoni “brutte” solo, visto anche ciò che sono riusciti a creare in alcune tracce precedenti era lecito aspettarsi qualcosina di più. Segue la ballad del disco: “Angel”, e non convince per nulla. Stucchevole nella prima parte e davvero poco incisiva nell’ “esplosione” finale. Passando rapidamente oltre, un crescendo di chitarre armonizzate apre la via ad “Hellrider”, e la situazione va decisamente migliorando. Brano forse un po’ ruffiano (scommetto che questo sarà il pezzo che piacerà a tutti i ragazzini che dei priest conoscono solo Painkiller; no, non il disco ma la canzone… ) ma potente, veloce ed accattivante come pochi che si fa notare per l’incessante doppia cassa di Travis, per i furiosi duetti e gli incastri delle due asce e per i cori un po’ pacchiani ma che dal vivo faranno sfaceli. “Eulogy”, il secondo lento del disco è sicuramente di maggior atmosfera rispetto ad “Angel” ma comunque nulla di trascendentale o che ricordi le splendide “Epitaph” o “Before the dawn”. Anche qui premere “skip”. Con la conclusiva “Lochness” l’ atmosfera si fa cupa ed opprimente come mai in tutto il disco. “Mostruosa” canzone di ben tredici lenti minuti scanditi da un suono cupo, pesante, decisamente moderno, in cui gli unici sprazzi di luce si hanno nel ritornello fin troppo zuccheroso durante il quale, complici anche le sovraincisioni della voce, tutto quanto viene alleggerito spezzando secondo me in modo esagerato, l’atmosfera che si era creata.
“Angel of retribution” mostra una band in gran spolvero, capace di confezionare un ottimo album in cui convivono serenamente le più disparate influenze accumulate in decenni passati a dettar legge nel mondo dell’ heavy metal, senza riuscire però ad evitare qualche piccolo passaggio a vuoto. Anche i testi certo non sono i migliori che i Judas Priest abbiano scritto, fin troppo autoindulgenti nei continui riferimenti alle proprie canzoni, ai propri dischi ed alla propria storia, ma rientrano comunque in quell’immaginario che la band inglese ha creato. Un meraviglioso universo che mi permetto di consigliarvi di esplorare con il libro “Heavy Metal Messiah” di Marco Priulla.
Un elemento che secondo me è stato fondamentale alla riuscita del disco è la produzione ad opera di Roy Z. Il suono del disco è probabilmente uno dei più belli che i Priest abbiano avuto da diversi anni. Un suono caldo, estremamente potente e “tonante” ma anche definito cristallino e tagliente quando serve (ascoltate le varie armonizzazioni delle chitarre).
Se vi aspettavate il nuovo “Painkiller” passate oltre, per tutti gli altri: “Bentornati Judas Priest”!

Rob Halford – voce
K.K. Downing – chitarra
Glenn Tipton – chitarra
Ian Hill – basso
Scott Travis – batteria

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