Martin Barre @ Crossroads - 09 11 2014Live Report Internazionali 

Martin Barre & band: il riferimento del prog sul palco del Crossroads

Sul palco del Cross Roads arriva un altro nome eccellente: Martin Barre, chitarrista dei Jethro Tull, storica band progressive inglese. Accompagnato dalla sua band ci offre uno spettacolo coi fiocchi attraverso alcuni grandi successi dei Tull e altri brani famosi.

Lo spettacolo si preannuncia di altissimo livello fin dall’opening act, affidato alla bravissima Shelly Bonet, cantante rock americana cresciuta (anche artisticamente) in Germania. Le sue radici sudiste si mischiano con il rock europeo, e l’influenza del blues e del soul hanno reso la sua voce talmente carismatica che è difficile non apprezzarla. La sua performance acustica, accompagnata da Dario Benedetti (n.d.r. membro dei Dhamm) alla chitarra, ha riscosso apprezzamento dal pubblico ed ha colmato eccellentemente il tempo a sua disposizione in attesa dell’arrivo dell’ospite d’onore, spaziando fra brani del suo repertorio, come “Comatose” e “Trippin”, e cover famosissime fra le quali mi sento di premiare l’egregia esecuzione di “Ramble On” dei Led Zeppelin, che sono solo una fra le band che hanno influenzato il suo percorso musicale insieme a Howlin Wolf e Allman Brothers, per dirne alcune. Decisamente un’apertura che ha fatto venire l’acquolina a chi c’era e, dato che seguirà Martin Barre per tutto il suo tour europeo, direi che sentiremo presto riparlare di lei.

Ma arriva il momento in cui le luci di nuovo si abbassano in sala, e sul palco, molto in sordina, arriva Martin Barre insieme a Dan Crisp (voce, chitarra, bouzouki), Alan Thomson (basso), George Lindsay (batteria) e Richard Beesley (sax, clarinetto). E si inizia subito con un po’ di R&B alla Bobby Parker, anche se ci vorranno un paio di brani, ovvero quando si comincia a parlare Tull che Barre si prenderà un po’ di scena in più, come quando annuncia al pubblico che in questa serata si ascolterà un po’ di musica prog -“Do you know prog? Do you like prog?”- risposta unanime e scontata.

Nella prima parte dello show si comincia a ripercorrere i passi dei Tull, con brani noti come “Minstrel in the Gallery” e “To Cry You a Song”. Ma Barre, che sul palco lascia molto spazio al cantante Dan (tra l’altro, voce di tutto rispetto!), ad un certo punto chiede se il pubblico conosce un gruppo che si chiama The Beatles, per annunciare che sta per eseguire una loro canzone ma… un po’ rivista in chiave rock. Si tratta di “Eleanor Rigby”, melodica scritta da Paul McCartney nel 1966 per l’album “Revolver” qui rivisitata e quasi irriconoscibile. Poco più avanti, per il tempo di una canzone c’è un momentaneo scambio di strumenti: Barre imbraccerà il basso e Thomson la chitarra; a seguire Barre presenta un altro successo dei Tull, “Song for Jeffrey”, dedicandolo a Mick Abrahams (suo predecessore come chitarrista nel primo album “This Was”), per poi chiudere la prima parte con “Thorazine Shuffle” (cover Gov’t Mule).

Barre e i suoi fanno un piccolo break, ma la ripartenza è tutta energia sprigionata dal mandolino (Barre) e dal bouzouki (Crisp) per “Martin’s Jig/Hymn 43″, una ballad per buona parte strumentale inclusa nel suo ultimo disco “Away With Words“, per la quale Barre chiede al pubblico di accompagnare il ritmo battendo le mani. Di nuovo si salta dal repertorio Tull al blues, con “Crossroads” (cover Robert Johnson) e “Rock Me Baby” (cover B.B. King). Ma il finale, ovvero il bis acclamatissimo, è lasciato non a caso a “Locomotive Breath”, cavallo di battaglia dei Jethro Tull tratto dal loro disco di maggior successo “Acqualung (1971).

Martin Barre saluta tutti affettuosamente, e nonostante debba raggiungere l’aeroporto con una certa fretta, riesce a dedicare un po’ di tempo per autografare vinili e fare foto con alcuni dei suoi fan che sono rimasti ad aspettarlo. Fuori dal palco l’impressione è di avere davanti un uomo che ancora si diverte a suonare la sua musica, e anche se il suo nome e la sua fama viaggiano avanti a lui, è apparso una persona semplice e disponibile, senza nessuna aria da rockstar incallita.

La sensazione, dopo aver assistito a concerti di questo genere, è sempre la stessa: la soddisfazione di aver ascoltato ottima musica eseguita in maniera quasi ineccepibile da musicisti che, forti della loro esperienza di svariati decenni sul palco, sono in grado di riproporre la stessa atmosfera che si poteva respirare nel momento in cui queste canzoni venivano suonate la prima volta. Come sempre in questi casi la composizione del pubblico è smisuratamente sbilanciata verso gli –anta, ma dato che il fruitore di musica per eccellenza è di età più giovane (vuoi per la maggiore dipendenza da strumenti digitali quali YouTube, iTunes, Spotify, ecc.), vedere anche giovani leve che si avvicinano a questi personaggi ormai storici non fa che confermare la teoria che per fare qualcosa di nuovo in ambito musicale (o semplicemente saper apprezzare una novità) bisogna partire dal passato e da chi o cosa ha fatto la storia. E i Jethro Tull sono di certo il punto di riferimento per il prog (che anche in Italia ha avuto il suo periodo di splendore), e per chi oggi volesse seguirne le tracce.

Galleria Fotografica a cura di Stefano Panaro
Per le foto in alta risoluzione: info@romebywild.it

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