I 4 Cavalieri dell'Apocalisse - libro di Max StefaniRecensioni Recensioni Nazionali 

Max Stefani – “I 4 cavalieri dell’Apocalisse” – libro

I 4 Cavalieri dell’Apocalisse, titolo del nuovo libro di Max Stefani, fondatore e direttore della rivista “Il Mucchio Selvaggio“, sono Jeff Beck, Eric Clapton, Peter Green e Jimmy Page. Quattro nomi che non avrebbero bisogno di presentazioni, almeno tra coloro che vanno oltre i confini temporali del rock moderno. Ma siamo sicuri di conoscerli sul serio?

Sono chitarristi, musicisti storici del rock, già ampiamente trattati su numerose biografie – in Italia almeno riguardo Jimmy Page, gli altri molto meno – Led Zeppelin, Cream, Eric Clapton (più dei Cream), Fleetwood Mac (anche se principalmente quelli post Green), sono nomi noti a tutti e i numerosi libri a loro dedicati trattano per dovere di cronaca anche il periodo degli anni ’60 concentrandosi però dagli anni ’70 in poi, il periodo che gli ha resi leggende.

I 4 cavalieri dell'Apocalisse - Max Stefani - copertina - 2016 Il libro di Max Stefani va a colmare quella lacuna (solo in Italia, ovviamente), riguardante il periodo storico di tutti gli anni ’60 britannici (dal 1964 al 1970 precisamente), nei quali i nostri quattro guitar hero (ma ovviamente non solo loro) hanno posto, attraverso quella pratica oggi misconosciuta e trascurata chiamata gavetta, le basi di quello che verrà definito classic rock.
Stefani struttura la parte principale del testo in forma di cronistoria e citazioni, preferendo far parlare i principali protagonisti di quell’epoca, non solo i nomi in copertina, riservando i propri commenti in altre parti dedicate del libro.
Attraverso le loro parole ci illustra un quadro storico e sociale della Gran Bretagna del dopo guerra, dove una generazione di poveri o meno poveri “inglesi”, i cui vessilli sono la Corona ed il fish and chips, impara ad amare la musica, per loro straniera, dei neri americani, trasformandola, anno dopo anno, concerto dopo concerto, disco dopo disco, nel rock propriamente detto, se pur è mai esistito un rock propriamente detto (il “ping-pong” culturale, con l’Atlantico come rete, tra USA e UK, negli anni ’60 è un argomento che meriterebbe una sede a parte).

Contemporaneamente – coadiuvato dal suo compagno di battaglie Giancarlo Trombetti (lo zappofilo della defunta Videomusic), che scrive anche una lunga e pregnante seconda introduzione – Max Stefani non si lasci sfuggire l’occasione per fare il punto sulla desolata situazione italiana riguardo alla cultura (contro e non) del rock. Una situazione che nei “bei” anni ’60, privi oltretutto dell’oracolo internet, l’Italia viveva, ben oltre i confini dell’impero, sazia e satolla dell’immeritata eredità culturale dei secoli passati ma praticamente ignara di quanto accadeva oltre le alpi.
Il paradosso di noi italiani è di essere storicamente fieri di esserlo e psicologicamente non in grado di confrontarci con altri. Il nostro ambiguo senso di inferiorità ci porta a corazzarci contro ogni pensiero “straniero”, motivandolo con l’assoluta e presunta superiorità della nostra cultura storica che elogia il Melodramma, con i suoi polli di plastica e la sua sistematica distruzione dei grandi classici della letteratura (soprattutto quella straniera) ma non è in grado di capire cosa c’è di buono (perché c’è anche del buono) nella cultura come intrattenimento e che l’intrattenimento è cultura.

In fondo cosa interessa a noi di quello che accadeva oltre il Canale della Manica? Dimenticandoci che anche per inglesi, scozzesi, gallesi e irlandesi (e vabbè, anche cornici e gatti senza coda), la musica nera americana è un fenomeno esogeno. Un cockney o un geordie che va in giro per Soho o per Maida Vale vestito da hippy o da cowboy è come un italiano che va in giro a Testaccio o a Trastevere vestito da Samurai. Eppure cosa sono stati in grado di fare questi sudditi della Corona “in costume”, ascoltando e suonando i dischi di Chuk Barry, B.B. King, Sonny Boy Williamsom II, Muddy Waters ecc, (dando oltretutto a costoro la visibilità che in patria, per ragioni razziali, era negata)? Quale, irripetibile movimento artistico e culturale (e commerciale) si è creato e diffuso nel mondo (poi anche in Italia), grazie a questi giovani autodidatti?

Max StefaniIl libro “I 4 Cavalieri dell’Apocalisse” offre lucide e pregnanti risposte a queste domande. Ovviamente non è esaustivo ma sa fare quello che dovrebbe fare ogni buon libro: porre altre domande e stimolare le riflessioni.

Nelle Appendici, ribaltando il punto di vista, si trova una interessantissima dissertazione sullo sviluppo commerciale dell’industria discografica nella società, attraverso i suoi media (per l’importanza della Radio vedi anche il primo capitolo delle BBC Session, qui sul nostro sito – ndr).
Altrettanto interessanti i capitoli sui locali storici che hanno fatto da teatro agli inizi dei nostri “idoli” e il capitolo sulle groupie. Chiude il libro una nutrita galleria fotografica.
Solo un appunto tecnico al libro in merito alla cura editoriale della Miligraf Edizioni, per altri versi soddisfacente e che riguarda la situazione editoriale in generale. Diciamo così: da molti anni si è riscontrato un aumento dei colloqui di lavoro da parte di diplomati e laureati in lettere. Sono ex correttori di bozze a spasso.

Max Stefani – I 4 Cavalieri dell’Apocalisse

Titolo: I 4 Cavalieri dell’Apocalisse
Autore: Max Stefani
Editore: Miligraf Edizioni. 2016
Numero Pagine: 382 (compreso 62 pagine di immagini).

Per acquistare un copia del libro potete contattare l’autore – max@outsiderock.com

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