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Può Spotify diventare una casa discografica?

Leggendo questo interessante articolo pubblicato da Elisabetta Schiatti su rockit.it, ho iniziato a pensare… l’oggetto dei pensieri è sempre lo stesso: cosa fare per creare interesse attorno alla musica? E quindi qualsiasi proposta può essere interessante e spunto per nuove idee. L’articolo sostanzialmente suggerisce a Spotify di diventare una vera e propria casa discografica in cerca di talenti da produrre. D’altra parte, come viene specificato più volte, Spotify, (così come youtube ed altri aggregatori di musica), può contare su una serie di statistiche in grado di decifrare con grande precisione le abitudini e le preferenze dei suoi utenti e, quindi, della massa. Perché allora non sfruttare questo vantaggio, (sostanzialmente gratuito, in quanto già nelle mani del colosso), per influenzare le scelte degli utenti?

Un punto di vista estremamente affascinante e sicuramente degno di una riflessione approfondita.  E proprio la ricerca di questo approfondimento mi ha fatto focalizzare l’attenzione su tre questioni principali.

1) Cos’è il sociale ad oggi? esiste ancora aggregazione?

Nell’articolo si legge:

[blockquote]Il concetto di personalizzazione deve comunque andare oltre la dimensione personale e focalizzarsi con maggiore enfasi sulla componente sociale. L’ascolto e la scoperta di nuova musica spesso sono connessi alla condivisione con gli amici, con chi ha gusti simili, con referenti istituzionali. Quando si scopre un artista interessante abbiamo voglia di condividere la sua musica, di approfondire, di ascoltarne di più, di esprimere il nostro giudizio. Lo scambio continuo e l’influenza reciproca dovrebbero costituire il motore di un salto nel ruolo dei servizi di streaming: potrebbero diventare dei music social media. [/blockquote]

Decisamente ineccepibile. Eppure mi chiedo: ad oggi esiste ancora la componente sociale? Questo ha decisamente poco a che fare con la musica, ma è un capitolo fondamentale per comprendere le dinamiche che regolano anche il mondo della musica. Perché anche se il mondo in cui viviamo è di fatto social, l’estrema richiesta di personalizzazione, (che trova risposta nella miriade di servizi offerti on e off line), ha prodotto un evidente distacco tra le persone che si ritrovano aggregate per brevissimi lassi di tempo, su un argomento specifico e per picchi di attenzione destinati a diminuire velocemente. A questo punto ci sarebbe quindi da chiedersi:

2) spotify potrebbe effettivamente investire ed avere dei ritorni per questo processo?

La classica analisi di business. Sembra brutto, quasi un controsenso, eppure anche nell’arte e nella musica il business domina tutto perché senza soldi non si può creare nulla e gli investimenti vogliono un ritorno ed un profitto. Sicuramente il canone di abbonamento di Spotify sarebbe adeguato all’offerta proposta, magari si potrebbe pensare a proporre vari canoni per diverse tipologie di abbonamento, (più aumenta il numero di servizi, più aumenta il costo dell’abbonamento), inoltre Spotify continuerebbe comunque a guadagnare sulle transazioni, sull’enorme quantità di traffico generato (che crescerebbe ancora di più) e sull’elevata capacità pubblicitaria. Tutto sommato per il colosso sarebbe un’ottima opportunità per crescere; entrerebbe in concorrenza diretta con gli attuali facebook, youtube, bandcamp, reverbnation etc. e avrebbe delle ottime chance di diventare un punto di riferimento completo per il mondo della musica, superando di gran lunga il suo essere solo un enorme catalogo multimediale. Non c’è dubbio, infatti, che la continua ricerca di stimoli da parte dell’utenza potrà sicuramente decretare il successo di un music social media ben congeniato per diventare luogo di incontro per lo scambio di opinioni, ma quanto questo macro sistema sarebbe effettivamente in grado di influenzare le opinioni e le preferenze di coloro che sono iscritti al servizio? Ed ecco quindi la terza ed ultima riflessione che mi sembra giusto sottolineare:

3) quali potrebbero essere i reali risultati di un’operazione del genere?

La condivisione e lo scambio di informazioni avvengono già massicciamente ovunque su web, con realtà quali gli stessi rockiti.it, Rock by Wild e le infinite possibilità che la rete offre, e che, in questo caso, verrebbero convogliate tutte in uno stesso luogo, con evidente penalizzazione per le realtà più piccole; dall’altro lato però proprio per la natura effimera di queste interazioni, per l’enorme quantità di informazioni scambiate, (impossibili da approfondire tutte), e per lo sconfinato mondo che si aprirebbe la capacità di un music social media di influenzare l’opinione degli utenti potrebbe comunque restare marginale, anche in virtù dell’estrema richiesta di personalizzazione già citata prima. Ed ecco che la maggiore visibilità di un artista potrebbe non vedere mai la luce. Esempi illustri sono quelli di facebook, youtube e myspace prima di loro, che, in un momento di piena ascesa hanno saputo generare attenzione su determinati artisti, permettendogli di arrivare al grande pubblico, ma poi si sono inviluppati sull’enorme quantità di richieste di visibilità, annullando di fatto quelle opportunità. Tengo a precisare che sono rimasti comunque piattaforme imprescindibili e di per sé capaci di generare alti profitti (tangibili ed intangibili), che però non sono più tanto condivisi con i propri utenti, band o artisti che siano.

Ultimo elemento da non trascurare è che lo stesso Spotify diventerebbe, per forza di cose, anche filtro unico (o quasi) dell’enorme mole di proposte musicali provenienti da tutto il mondo. Mi trovo, infatti, perfettamente d’accordo con la conclusione di Elisabetta Schiatti:
[blockquote]I servizi in streaming sono in piena evoluzione, in cerca di modelli sostenibili. La strada è quella dell’user experience unica, che per forza di cose porterà all’accentramento dei servizi, riducendo il panorama competitivo a uno o due grandi player. [/blockquote]

Proprio in virtù di quest’ultima considerazione, credo sinceramente che questa non possa considerarsi solo un’opportunità per la musica, ma anche un rischio: cioè quello di piegare la rete ai “vecchi” meccanismi del mercato discografico che, proprio la rete, aveva avuto la forza di disintegrare. E voi cosa ne pensate? Secondo voi l’idea di una casa discografica in streaming, potrebbe aiutare il mondo della musica?

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