Recensioni Internazionali 

U2 Songs Of Innocence (Island, 2014)

Se n’è parlato abbastanza prima, e in maniera profusa appena dopo l’uscita del singolo, soprattutto per il “fastidio” di alcuni schizzinosi utenti di iTunes che si sono ritrovati gratuitamente scaricato sui loro dispositivi Apple l’intero album “Songs Of Innocence”. Stiamo parlando del nuovo album degli U2 che dal 9 settembre, giorno di uscita in formato digitale, ha cominciato a far parlare di se.

Ebbene si, il 13° album in studio di Bono & compagni arriva a distanza di ben 5 anni dall’ultimo, “No Line On The Horizon”, un tempo abbastanza lungo per una band che dal suo esordio nel lontano 1980 ci aveva abituati ad uscite più vicine l’una dall’altra. E’ con gli anni ’90, con l’uscita di “Zooropa” nel 1993, che gli U2 hanno cominciato a “prendersela comoda”, ovvero 3 o 4 anni per registrare nuovi album. Sarà per gli immensi tour mondiali, o per gli impegni diplomatici e sociali di Bono; sarà perché non hanno più l’ispirazione di un tempo (come spesso leggo dai loro detrattori), fatto sta che ci sono voluti cinque anni per avere questo disco che, finalmente, ritorna ad essere un disco pieno di sentimenti e passione, un disco intimo che racconta di relazioni umane e di rapporti personali. La verità, di solito, sta nel mezzo. E’ vero che dopo trenta anni di attività musicale è sempre più difficile tirare fuori qualcosa che non sia stato già detto o fatto, soprattutto se si deve temere il paragone con album che hanno decretato successi difficilmente ripetibili come quello raggiunto con “The Joshua Tree” (1987), ritenuto a ragione il punto più alto della loro produzione. E’ vero anche che il tempo passa per tutti, inesorabilmente si cresce, si matura, e si cambia, e spesso si ritorna all’essenziale. Dubito che anche i Led Zeppelin o i Beatles, fossero oggi ancora al completo e in piena attività, sarebbero in grado di pubblicare album più alti di “Led Zeppelin IV” o “Abbey Road“.

Vogliamo credere che questa fosse l’intenzione nella scrittura di questo disco, messaggio trasmesso anche dalla copertina che ricorda inequivocabilmente i primi rabbiosi album “Boy” e “War“. Ritornare alle origini e all’essenziale. Si, magari i suoni non sono quelli grezzi degli anni ’80, e la rabbia ha fatto posto ad un più efficace dialogo con la melodia. Anche perché la voce, quella di una volta, non c’è più. Lo abbiamo potuto constatare nella performance acustica che Bono ha dato, accompagnato dal fedele The Edge, qualche settimana fa ospiti della trasmissione di Fabio Fazio. In quella occasione, oltre ad alcuni aneddoti ed una lunga chiacchierata che ha un po’ svelato la composizione del disco e il suo significato per la band, i due si sono esibiti con il singolo “The Miracle (of Joey Ramone)”, chitarra e voce, e successivamente una versione davvero intensa di “Every Breaking Wave”, voce e pianoforte. Qui in particolare si è notato come Bono sia oggi molto attento a dosare e modulare la sua voce senza rischiare il fuori tono. Segno di maturità di un artista che sa di aver già dato il massimo, che non ha nulla da dimostrare e che può dedicarsi alla musica con le risorse che oggi ha a disposizione. Non concordo affatto con chi invece sostiene che si tratti solo dell’ennesima operazione commerciale per fare soldi: ritengo che questi personaggi non abbiano necessità di questo tipo di azioni, e sicuramente non starebbero fermi cinque anni se l’obiettivo fosse solo il loro mantenimento economico.

Detto questo, il disco, che è solo una prima parte di un progetto più ampio che avrà un suo seguito (logico) dal titolo “Songs Of Experience”, è uscito ufficialmente il 13 ottobre in formato standard (11 tracce), in versione Deluxe (con un bonus CD contenente alcune versioni acustiche e… altro) e in vinile (con una bonus track). Dedicato a Paul McGuinnes, ex manager del gruppo che si è ritirato nel 2013, in questo lavoro ci sono diversi contributi esterni; tra questi spicca la produzione di Danger Mouse e la partecipazione di altri artisti come Flood (alle tastiere per il brano “Song For Someone“) e Lykke Li (ospite nel brano “The Troubles“).

All’ascolto di alcuni brani non potrete evitare di trovare dei richiami al passato, vuoi per un riff, vuoi per un vocalizzo. Ma il consiglio è di ascoltarlo con l’orecchio di oggi, senza nostalgie, e con la massima onestà intellettuale possibile verso una band che ha comunque segnato il passo (almeno musicalmente) di chi ha vissuto gli anni ’80.

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